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Full text of "Bollettini ECN Milano"

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aoRNJUE mimmo 


f i per un movimento antagonista 
allo stato di cose presente 


gennaio 1 993 






KONTENUTI 


Pag. 1 Per un dibattito sull’autorganizzazione 

Incompatibili, Padova 

Pag. 6 Un dibattito sulla lotta di classe 

Dario Paccino, Roma 

Pag. 9 Funzionalità del dualismo oriente-occidente 

nella politica identitaria-imperialista occidentale 

G.H., CDA Modena 

Pag. 14 Palestina: storia e attualità di Hamas 

da “Democratic Palestine” 

Comitato di solidarietà con l’Intifada, Milano 

Pag. 19 Firenze: dossier sulla repressione 

CCA, Firenze 

Pag. 25 II discorso della nuova desta tra “Tendenze” 
e i nazionalbolscevichi 

R.B., Bologna 

Pag. 28 Sul cosiddetto “Antifascismo” 

Lalo - Transmaniacon, Bologna 

Pag. 30 Non credere nei media 

LHP, Milano 

Pag. 31 a Centro Sociale Leoncavallo 

Century Vox, Bologna 

Pag. 32 Appello al movimento 

00199, ak 47 Assalti Frontali, Musica Forte, 

One Love Hi-Pawa, Roma 

Pag. 33 Comunicato 

Redazione musicale de il Manifesto, Roma 


F.i.P. MI Leoncavallo, 22 - 22 gennaio 1993 



ecn milano 


PER UN DIBATTITO 
SUII'AUTORGANIZZAZIONE 



E 1 indubbio che questi ultimi mesi hanno segnato 
profonde modificazioni del quadro politico e sociale 
e hanno imposto una netta accelerazione al dibattito 
sulle forme dell’autorganizzazione, sia a livello 
sociale che del lavoro. L’accordo del 31 luglio e il 
Decreto Amato hanno spogliato ancora di più il 
sindacato dalle residue ambiguità sul suo stesso 
ruolo airinterno dei processi ristrutturativi che 
riguardano l’intero assetto produttivo sociale. In una 
situazione di crisi profonda del modo di produzione 
capitalistico, di impossibilità a determinare nuovi 
processi di sviluppo atti a produrre occupazione e 
allargamentodel mercato, nuoveproduzionidi massa 
e aumenti salariali - in una parola, tutto quello che 
sul piano dello stato sociale le lotte operaie avevano 
imposto a partire dagli anni ’60 - il sindacato diventa 
automaticamente cogestore della crisi, nella piena 
accettazione dei principi che vedono nel capitalismo 
l’unica forma possibile di produzione e dunque 
l’ineluttabilità che gli strati sociali meno abbienti 
debbano subire le conseguenze della crisi. Questo 
è emerso chiaramente nelle posizioni assunte dal 
sindacato di stato, e questo è stato capito soprattutto 
nelle piazze da milioni di lavoratori che si sono 
mobilitati percercare di contestare sia l’accordo del 
31 luglio, sia il decreto del governo Amato. 

Ma tutto ciò non si è tradotto immediatamente in un 
nuovo processo di organizzazione e di lotta in grado 
di spazzare via i bonzi sindacali. Non solo: non si è 
determinata nemmeno una convergenza sulla sca- 
denza di lotta unitaria da parte dei vari spezzoni 
dell’autorganizzazione e del sindacalismo di base, 
facendo emergere le profonde divergenze che esi- 


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Giornale telematico 




ecn mi/ano 


stono su questioni tattiche e strategiche. Sono pre- 
valse le log iche da parrocchia, rispetto alla necessità 
da tutti conclamata di mettere in campo il massimo 
della forza contro il governo Amato. C'era da un lato 
chi poneva la questione dell’Inutilità del "lancio dei 
bulloni” nelle piazze e la prioritàdi un percorso total- 
mente separato; dall’altro la codina posizione di chi 
puntavatroppo sulla battaglia interna ai consigli per 
non correre il rischio di trovarsi isolato. In mezzo a 
tutto questo c’è stato chi cercava di non porre in con- 
trapposizione queste due posizioni, bensì di dialet- 
tizzarle cercando di dar vita ad una nuova fase che 
sapesse mettere da parte le logiche da orticello per 
far prevalere il percorso unitario della lotta. La gior- 
natadel 20 novembre è la palese dimostrazione del 
fallimento di questo tentativo e segna di fatto la con- 
clusione di questa congiuntura, di questo scontro 
che si è aperto. 

Quanto successo in questi ultimi mesici deve anche 
far aprire gli occhi sulfatto che abbiamo difronte una 
situazione estremamente complessa, affatto nuova 
e che non esistono né scorciatoie né soluzioni orga- 
nizzativistiche in grado di raccogliere i frutti delle 
contestazioni di piazza e di tradurli in passaggi line- 
ari sul terreno, poi, deH'autorganizzazionedi classe. 
Il punto più basso mai raggiunto, quanto a credibilità, 
dal sindacato di stato non ha prodotto immediata- 
mente nuovi percorsi di lotta e di organizzazione per 
motivi che, innanzi tutto, sono oggettivi. Siamo in 
presenza di una debolezza oggettiva -specialmente 
all’Interno dei postidi lavoro - e di una sintomatologia 
di impotenza rispetto ai processi ristrutturativi che 

hannogià intaccato, econtinuanoovunque, icompar- 
ti del lavoro dipendente, in assenza, tra l'altro, di una 
figura centrale dal punto di vista di classe, che 
sappia dare indicazioni forti sul piano delia lotta. 
L’internazionalizzazione del mercato, ladimensione 
multinazionaledella produzione, i meccanismi sovra- 
nazionalidideterminazionedeiprocessi ristrutturativi 
hanno frantumato la capacità di risposta di parte 
proletaria e hanno creato unacortinadi fumo intorno 
alle prospettive di lotta. Ciò che è in discussione oggi 
non è tanto il ripristino delle conquiste del passato, 
quanto la capacità di determinare nuovi percorsi di 
lotta che intreccino il rifiuto attivo all'attacco sulle 
condizioni generali di vita, con la capacità di de- 
terminare processi reali di cooperazione che riescano 
ad aggredire la filosofia stessa del processo di 
accumulazione capitalistica e della sua presunta 
ineluttabilità. 

Ciò' nonostante, quanto si è verificato nelle piazze 
ha segnato una netta inversione di tendenza rispetto 
alla possibilità concreta di fondare nuovi percorsi di 
lotta e di autorganizzazione. 

A partire da queste considerazioni, qui solo enunci- 
ate, è possibile tracciare alcuni elementi preliminari 
di dibattito attorno al nodo, oggi centrale, di quali 
percorsi siano possìbili per l'autorganizzazione. 


I percorsi di autorganizzazione 

In questi anni si sono sviluppate in vari settoriforme 
diversificate di organizzazione dei lavoratori, fuori 
dal sindacato di stato. L’esperienza delle RdB, poi 
confluita nella CUB assieme al FMLU e a vari altri 
organismi di settore, rappresenta un tipo di risposta 
alla questione di come organizzarsi nei posti di 
lavoro. Il ragionamento che ha mosso questa 
esperienza è molto chiaro. Il sindacato è venduto, 
bisogna allora rifondare un sindacato di classe 
seguendo un meccanismo analogo aquello classico, 
con la formazione di un apparato di funzionari, con 
una strutturazione formale nei posti di lavoro a 
livello locale e nazionale, per riuscire anche a 
partecipare al tavolo delle trattative. La forma, in 
questo caso, diventa elemento che prevale sulla 
sostanza, tanto è vero che le RdB, per non essere 

escluse dal tavolodelle trattative, firmano addirittura 
il codice di autoregolamentazione come "compro- 
messo accettabile” per salvaguardare alcuni diritti 
acquisiti, quale quello di poter indire assemblee in 
orario di lavoro e di avere permessi sindacali e 
distaccamenti. Le stesse argomentazioni possono 
essere avanzate per l’FMLU, anche se le storie 
sono diverse. Un’altra esperienza significativa di 
questiultimitempièquellasfociatanellafondazione 
dello SLA. Questa esperienza nasce all’interno di 
alcune fabbriche del Nord (Cobas Alfa Arese) ed è 
andata ad interessare alcune altre situazioni del 
centro e del Sud. 

E’ innegabile il ruolo positivo che questi organismi 
hanno avuto in questi ultimi mesi nelle piazze riu- 
scendo a coagulare la contestazione al sindacato, 
ma è altrettanto evidente la logica subalterna che li 
ha caratterizzati in rapporto alla necessità di fornire 
puntidi riferimento alternativi al sindacato sul terreno 
della mobilitazione. Questo sindacato si costituisce 
a livello nazionale facendo l'occhiolino, da un lato 
all’ambigua realtà dei CDF, dall’altro a Rifondazione 
comunista, in una visione sia pur contraddittoria, di 
separazione tra lotta sindacale e lotta politica. E 
tuttavia esso si differenzia dalla CUB anche sulle 
forme dell'autorganlzzazione, non contemplando il 
funzionariato, ma privilegiando una esperienza dal 
basso che valorizzi gli organismi elettivi nei posti di 
lavoro e funzioni daspinta all'organizzazione sinda- 
cale autorganizzata. Per la provenienza oggettiva 
dei promotori e per la loro impostazione di fondo, c’è 
comunque una visione fabbrico-centrica del 
progetto, anche se non dichiarata esplicitamente. 
L'altra esperienza significativa è quella dei COBAS 
della scuola. I Cobas scuola sono un’esperienza 
che mantiene tuttora la forma del movimento 
organizzato, riuscendo afar convivere le differenze 
presenti al suo interno, dotandosi di organismi cen- 
trali costantemente verificati dalla forma assem- 
bleare nazionale e locale, e nel contempo man- 


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Per un movimento antagonista 
allo stato di cose presente 



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tenendocontinuitàdi lotta nei postidi lavoro. Queste 
tre esperienze rappresentano oggi l'esistente più 
appariscente della realtà dell’autorganizzazione. 
Un dibattito è necessario oggi da parte della molte- 
plicità dei collettivi di compagni che operano su 
questi terreni per determinare nuovi passaggi per 
l'organizzazione di classe che non sia la sommatoria 
dei vari sindacatini o, peggio, l’esumazione di sterili 
forme di “intergruppi”. Sarebbe veramente tragico 
ripetere una cosa del genere. Partiamo invece da 
altri presupposti: pensiamo che la ricchezza che 
può oggi esprimersi nel sempre più frammentato 
mondo del lavoro non possa essere compressa in 
formule già date e confezionate, quali piccolissimi 
organismi associati in qualche organismo nazionale, 
al fine di acquisire più credibilità e forza. Pensiamo 
invece che sia necessario lavorare affinchè queste 
convinzioni vengano smentite dai fatti, da un pro- 
cedere materiale dei processi reali di lotta e di autor- 
ganizzazione, dallo sviluppo di organismi nei posti di 
lavoro, in grado di dare risposte alle molto più com- 
plesse tematiche che la situazione pone. All'interno 
di questo reticolo di organismi che già esistono - ci 
auguriamo che moltissimi altri ne sorgeranno - noi 
dovremmo cercare, di allargarne l'estensione, di 
rafforzarne i nodi, ingrossarne iltessuto, non perché 
improvvisamente abbiamo scoperto vocazioni al- 
l'unitarietà a tutti i costi, ma perché è solo da una 
dialettica aperta e verificata sul campo che oggi è 
possibile ridare fiato ad un progetto di radicalità e di 
trasformazione. 


La consulta contro il lavoro salariato 

La consulta contro il lavoro salariato può essere 
tutto ciò, e può diventare progetto reale a livello ter- 
ritoriale e nazionale solo nella misura in cui riesca a 
fare emergere la limitatezza di impostazione che 
oggi tende a chiudere la dialettica e ad offrire ai 
lavoratori alternative poco convincenti, soprattutto 
perché tende poi a privilegiare la forma sulla 
sostanza. In discussione non sono solamente i 
decreti di Amato o l’accordo del 31 luglio. In discus- 
sione è oggi il modo capitalistico di produzione. Le 
risposte che si possono dare a fronte di una 
situazione in cui la logica immutata della valoriz- 
zazione capitalistica non può offrire alcun spazio al 
riformismo, sono sicuramente prive di respiro, se 
sganciate da una progettulità di radicalità e 
liberazione. La resistenza va fatta, ma non c'è mar- 
gine per un nuovo sindacalismo rivendicativo. Il 
terreno della qualità della vita va agito fino in fondo 
come dinamica intercomunicante tra luoghi della 
produzione e luoghi della riproduzione, dove gli uni 
sono strettamente e vicendevolmente connessi agli 
altri, dove non si può dare rivendicazione 
dell’obiettivo fuori dalla capacità di praticarlo in un 
orizzonte sognato e pensato di distruzione dei 
rapporti capitalistici di produzione. Perdare corpo a 
queste argomentazioni è necessario chesi sviluppino 
esperienze concrete, che, all’interno delle contrad- 
dizioni aperte, la radicalità dei bisogni di parte pro- 
letaria diventi progettualità fattiva, intreccio ricco di 
percorsi di lotte e cooperazione, forza motrice di un 
nuovo impianto societario. 

La crisi del capitale nasce prima di tutto da una 
schizofrenica corsa dei vari comparti produttivi per 
la conquista di nuove quote di mercato, in un pro- 
cesso continuo di innovazionitecnologiche imposte 
da cicli precedenti di lotta, che non riescono più a 
valorizzare completamente il capitale investito. Ci 
troviamo quindi dif ronte ad una situazione che vede 
laproduzionediunaquantitàenormedi ricchezza, 
appannaggio di quote sempre più ristrette di 
popolazione, in un progressivo allarga- 
mento della forbice tra proletari e ceti di 
comando. Esi è alla ricercadi soluzioni 
della crisi attraverso i classici mec- 
canismi finanziari e fiscali. E’ stato 
messo in movimento un nuovo 
processo di ristrutturazione che 
sta distruggendo centinaia di 
migliaia di posti di lavoro, per 
ricreare nuove condizioni, ma 
non si sa quali, di una pre- 
sunta ripresa economica 
che ridetermini nuova oc- 
cupazione. Anche in Eu- 
ropa si sta dando quello 
che in altri paesi (USA) 



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si è già dato da anni: aumento del numero dei disoc- 
cupati, allargamento della fascia di proletari che vi- 
vono aldi sotto, o ai limiti, della soglia di sussistenza, 
non come elementi transitori ma come dati strutturali 
del capitalismo di questo fine secolo. Lo scontro so- 
ciale che si è aperto vede da un lato un capitalismo 
che persopravvivere diventa sempre più rapace ed 
è costretto ad appropriarsi sempre di più della coo- 
perazione produttiva, dall'altro i vari soggetti sociali 
che osono in grado di invertire il sensodi marciadel- 
la cooperazione produttiva, verso il reale soddisfa- 
cimento dei bisogni di tutti, oppure vedranno peg- 
giorare sempre di più le proprie condizioni di vita. 
Come prima provocazione che va allora lanciata, 
diciamo che è assurdo oggi difendere questi posti di 
lavoro che stanno tagliando. 

L'unica vera battaglia oggi credibile (credibile perché 
si basasullaconsapevolezzache esiste un accumulo 
di ricchezza che la rende possibile) è quella per il 
REDDITO GARANTII O. Il reddito garantito rappre- 
senta anche la soglia da cui partire affinché le 
energie non venganosciupatesu battagliedisperate, 
ma vengano indirizzate verso la ricerca di forme di 
cooperazione produttiva legate ai bisogni dei pro- 
letari. E' penoso vedere operai rinchiudersi in miniera, 
o altri dell'industria chimica arrampica rsisuicomignoli 
fino a 1 00 metri per restarvi giorno e notte in difesa 
di quei posti di lavoro. Questa disperazione deve 
tradursi in rabbia e deve trovare sfogo in lotte che 
indichino con chiarezza che l'obiettivo non può più 
essere la difesa di quel posto di lavoro ma il reddito 
garantito. Senza fare tanti discorsi di economia, 
basta vedere cosa i partiti hanno rubato in tangenti 
per capire quanta ricchezza è stata rubata ai lavo- 
ratori. Ma questo obiettivo, il reddito garantito, è 
molto di più di un obiettivo specifico; è la condizione 
oggi perché si liberino forze creative per una coo- 
perazione produttiva non più controllata e incanalata 
dai padroni. 

Pertutti questi motivi, ci vanno troppo stretti i modelli 
fin qui proposti e non dobbiamo impantanarci anche 
noi in uno sforzo inutile peraggiungerne altri. L'unico 
“modello” che l’autonomia operaia si può dare oggi 
è quello dei percorsi materiali dell'autorganizzazione 
di classe. Non c’è una “Autonomia Operaia" con la 
A maiuscola da rinchiudere con qualche steccato, 
ma tante “autonomie" che possono liberare la loro 
potenza costitutiva solo se fuori da ogni steccato, 
comunicando tra di loro in una fitta rete di relazioni 
perriprodursi in maniera esponenziale, perimpedire 
che lo sbocco di questi movimenti di piazza sia la 
frammentazione irreversibile dei processo orga- 
nizzativi, lacristallizzazionedi contrapposizioni sterili, 
e si apra invece una nuova fase in cui la dialettica 
rimanga aperta non in un'ottica frontista, ma in 
quella delle possibilitàtuttorapresentidiconvogliare 
le forze disponibili su obiettivi comuni. 

C’è un ragionamento che da più parti oggi si sente: 


per essere credibili è necessario determinare una 
formalizzazione dei processi organizzativi a livello 
nazionale e locale. Lo vediamo presente soprattutto 
in alcune di queste esperienze, dove non sono state 
tanto le lotte a determinare un percorso che può 
sfociare nella costituzione formale di organismi vari, 
quanto la logica ad esse sottesa: i lavoratori aderiran- 
no alle tue proposte nel momento in cui ti rendi visi- 
bile con una struttura formale (sindacato, tessere, 
ecc.). 

Il problema non è questo; la credibilità la si conquista 
prima di tutto sulla capacità di costruire percorsi di 
lotta a livello locale, regionale e nazionale. Sono 
sempre stati i rapporti di forza costruiti sul campo il 
metro di misura della tua credibilità. Questo deve 
essere il presupposto di qualsiasi ragionamento del 
nostro agire all’interno dei posti di lavoro e nel so- 
ciale. Ciò non significa assolutamente non prestare 
attenzione alla possibilità di darsi forme strutturate 
in maniera articolata, con o senza tessera, che ab- 
biano come elementocentrale la necessitàdi essere 
organizzati nel migliore dei modi possibili, con dota- 
zionidisedi, strutture, mezziestrumenti, nell'estrema 
attenzione ovviamente a non scimmiottare altre 
esperienze sfociate nel burocratismo. 

Se è giusto oggi agire all’interno dei singoli settori 
per produrre questo tipo di passaggi, facendo cre- 
scere i vari segmenti dell’autorganizzazione e tro- 
vando le forme più adeguate di coordinamento, ciò 
che non riteniamo produttivo è una sintesi anche 
formaledei vari spezzoni dell’autorganizzazione del 
lavoro e del sociale, che non si riconoscono nelle 
esperienze già esistenti. Pensiamo che oggi la 
forma più appropriata dell’agire debba essere quello 
della rete. Sarebbe un grave errore pensare che 
una sintesi organizzativa oggi possa spostare avanti 
di un millimetro la situazione dal punto di vista delle 
lotte. C'è un grosso lavoro da fare nei posti di lavoro 
e nei territori affinché si inneschi il concetto del- 
l'autorganizzazione, traducendosi in una pratica 
naturale dove siano i lavoratori e I proletari in prima 
persona che, facendo piazza pulita della deleteria 
consuetudine della delega, si riapproprino della vita 
con la lotta. Ciò significa comunque costruire collettivi 
di compagni in grado di darsi una progettualità 
politica per quanto riguarda l’autorganizzazione sui 
posti di lavoro; valorizzare al massimo gli organismi 
già esistenti affinché diventino punti di riferimento 
nel proprio settore e nel territorio, ricercare collega- 
menti a livello locale e nazionale suscitando una plu- 
ralità di esperienze di settore che sappiano mettersi 
in una rete di comunicazione senza avere la pretesa 
di rappresentare modelli universali di riferimento. 
Per questi motivi pensiamo che, a livello locale e 
nazionale, cosi come è stato in questi ultimi mesi, si 
debba lavorare per dare continuità all’esperienza 
della "consulta” dei lavoratori autorganizzati. 


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Per un movimento antagonista 
allo stato di cose presente 




ecn milano 


Riassumendo alcuni concetti, riteniamo: 

1 . che l'esperienza dei Cobas-scuola sia a tutt’oggi 
quella più interessante sul terreno dell'autorga- 
nizzazione e che si debba lavorare per estenderla 
anche ad altri settori. 

2. La “consulta contro il lavoro salariato” deve es- 
sere elemento territoriale che può darsi in momenti 
alti anche un percorso nazionale. 

3. Gli elementi costitutivi di questo percorso devono 
essere: radicalità, costituzione, radicamento. 

4. A livello territoriale si detrmini un percorso per 
dare vita a centri legali, come organismi tecnici e 
politici al tempo stesso. 


Le dinamiche del “sociale”. 

Se sul piano del lavoro pensiamo sia giusto oggi 
dare vita a questo passaggio della "consulta", pen- 
siamo anche che questo debba rientrare all'Interno 
di una specificità di percorso organizzativo, che non 
sia visione di settore separato dalle dinamiche del 
sociale. La produzione è sociale, sociale è l’estra- 
zione del plusvalore, inestricabile il rapporto tra pro- 
duzione e riproduzione, senza soluzionedicontinuità 
tra questi due poli è il problema della qualità della 
vita. Quindi pensiamo che la "consulta” a livello 
territoriale e nazionale riassuma la complessità di 
queste problematiche, ma è neces-sario, per ragioni 
puramente di funzionalità, fare in maniera che si 
determinino due forme concrete di "consulta”. La 
prima sul lavoro, la seconda sul sociale, che vuol 
dire case, spazi, qualità della vita nei territori urbani 
e extraurbani. Crediamo dunque sia possibile dare 
vita ad un percorso riproducibile anche nel "sociale”, 
ad organismi che diventino os-servatori permanenti 
sulla qualità della vita, in grado di indicare percorsi 
di lotta e pratiche di autogoverno. Nel crollo del 
sistema dei partiti, nella totale mancanza di ipotesi 
istituzionali credibili, nella ormai irreversibiletendenza 
per i padroni della città a trasformare città e territori 
in ghetti blindati, è possibile oggi aH'interno delle 
lotte imprescindibili sui bisogni primari (diritto alla 
casa) estrinsecare capacità progettuale per co- 
minciare non solo a sognare una città e un territorio 
diversi da come ce li vogliono imporre, ma anche ad 
indicare possibilità concrete, sostenute dalle lotte e 
non solo dalle parole. I movimenti di lotta sulla casa 
e i Centri Sociali sono oggi fondamentali perdetermi- 
nare un passaggio di questo genere. Dopo anni nei 
quali i Centri Sociali hanno rappresentato momenti 
fondamentali della "resistenza” contro il degrado 
della città, contro i pescecani dell'edilizia e della 
speculazione, contro tutte le marginalità istituziona- 
lizzate, per rivendicare e praticare il diritto ad una 
socialità altra, non mercificata, fuoridaltempoe dal- 


lo spazio della valorizzazione capitalistica; dopo che 
in questi spazi si è prodotta cultura e cooperazione 
sociale, spesso anche ricche di enormi potenzialità, 
c’è stata una sorta di crisi dell’orizzonto, una sorta 
di autocontemplazione in cui i Centri Sociali stanno 
rischiando di essere tante piccole riserve indiane, 
tollerate perché garantiscono la permanenza di 
sacche dì marginalità, altrimenti non governabile. I 
Centri Sociali possono invece esprimere molto di 
più, possono diventare punti di riferimento importanti 
per la ridefinizione, da un punto di vista proletario, 
dellaqualità della vitasulterritorio. La parolad'ordine 
della "lotta contro i padroni della città" deve concre- 
tizzarsi in progetti materiali nei quali l'apporto siner- 
gico di esperienze differenziate può produrre un 
approccio reale alle problematiche legate al disagio 
che l’attuale assetto societario produce comunque. 
Lotta per il diritto alla casa e lotta per la messa in di- 
scussione permanentedeiprogettidi urbanizzazione 
e cementificazione selvaggesonogli elementi centrali 
attorno ai quali deve ruotare forza e progettualitàdei 
movimenti. Ancora una volta dunque radicalità e 
prefigurazione, forza e capacità di esprimere istituti 
di autogoverno della vita nel sociale. 



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UN DIBATTITO 
SULLA LOTTA DI CLASSE 


Il testo che segue è stato provocato da quanto 
trasmesso in dicembre In ECN con titolo UN 
DIB A TTITO SULL 'A UTORGANIZZAZIONE, 
discorso per tanti aspetti positivo, in primo luogo per 
lo sforzo di andare oltre lo schema sindacalista 
tradizionale, della centralità del lavoro; discorso 
dunque di cui si raccomanda la lettura, ma che a 
nostro avviso, manca in sostanza, l'obiettivo, avendo 
preso le mosse dall’autorganizzazione, fatalmente 
a valle di quello che dovrebbe essere il punto di 
partenza de! dibattito: la lotta di classe dopo la svolta 
epocale della fine del bipolarismo e dell’inizio del 
tempo, stando alle parole - del bastone (sterminismo 
tipo golfo) e della carota (guerre umanitarie 
benedette da sua santità). 

Un'esortazione dunque - questo nostro testo - a 
partire dalla lotta di classe, con nessun intento che 
non sia quello di stimolare il dibattito su quanto sta, 
a nostro giudizio, a fondamento della storia umana, 
la lotta di classe appunto. 

Tematica tutta da impostare a 110 anni dalla morte 
di Marx, periodo di tempo nel quale la borhesia, 
illudendosi così di espungere lo stesso Marx dalla 
storia, ha fatto terra bruciata della cultura che le 
consentì il trionfo sull’oscurantismo cristiano - 
feudale, la cultura del Lumi, schiacciata dalla barbarie 
tecnocratica. Di qui la redazione di questo testo - 
interamente propositivo e dunque interamente 
emendabile - in forma di semplici appunti da 
sviluppare, se ci sarà, nel dibattito che sollecitiamo. 


1. Non è Marx, notoriamente, che ha scoperto la 
lotta di classe; egli l'ha radiografata storiografica- 
mente, sicché possiamo ben dire che stia a fonda- 
mento del corso storico, si tratti di materialità pro- 
duttiva o delle più pure forme del concetto e della 
fantasia. 

2. Marx non è rimasto a questo dato storiografico, 
da esso è partito per la filosofia della storia che, ca- 
povolgendo l'idealismo hegeliano, ha postu lato il 
finalismo materialistico della liberazione attraverso 
il progressivo maturare del lavoratore, che finisce 
con l’universalizzarsi, sicché, negando il lavoro sa- 
lariato, realizza il passaggio dal regno della neces- 
sità a quello della libertà. 

3. La storia, sappiamo, ha dato - in questo - solo 
parzialmente ragione a Marx. Vero che è cresciuta 
sempre più la concentrazione capitalistica su scala 
mondiale; vero anche, tuttavia, che, in luogo del 
soggetto rivoluzi onario universale, abbiamo (per il 
momento) un soggetto “polarizzato” e “leghizzato", 
un proletario che partecipa della polarizzazione 
Nord - Sud, e non solo su scala mondiale ma anche 
localmente, corporativizzandosi, assumendo (faccia 
o no parte della Lega) il leghismo come normadi vita 
quotidiana. 

4 . Il nemico - restando nel quadro della filosofia 


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Per un movimento antagonista 
allo stato di cose presente 


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marxiana -non èdunque soltanto il “Lumpen’’per un 
verso, e r'aristocratico salariato” per l’altro (nemici 
in quanto non suscettibili di universalità nel processo 
di sviluppo delle forze produttive), ma lo stesso 
proletario in genere, sussunto dal capitale al punto 
di leghizzarsi senza rendersene conto, o di pro- 
gettare, per contro, un sindacato mai esistito e che 
mai potrà esistere: un sindacato di classe, fuori della 
realtà per il fatto che la realtà è in regime capitalistico, 
è la schiavitù, la mercificazione del lavoro, la sua 
infinita frammentazione, sicché buon sindacato è 
solo quello in condizioni di vendere al migliorprezzo 
la forza lavoro. 

5 . C'è di più. C’è il fatto che, nella sussunzione ca- 
pitalistica di tutta la realtà sociale, neanche più ci si 
rende conto che solo dalla produzione (se fatta 
propria dal lavoro) può venire la garanzia della 
riproduzione, che resta altrimenti esposta all’ege- 
monia capitalistica: a) che il padronato si è affidato 
al fascismo per riprendersi le concessioni sociali 
che aveva dovuto fare nell'Immediato dopoguerra, 
b) che in Francia nel '37, quando il capitalismo s’è 
ripreso quanto poco più di un anno prima aveva do- 
vuto concedere, in materia sociale, al governo di 
Fronte Popolare, ripreso con quello che il leader del 
Fronte, il socialista Leon Blum, chiamò "sciopero dei 
capitali” (valorizzazione attraverso la rendita finan- 
ziaria e con impiego in imprese all’estero), c) e di 
nuovo in Italia nel '64, quando la Cia, pilotando il 
generale De Lorenzo, organizzò un colpo scon- 
giurato in extremis da Nenni, rimangiandosi quasi 
per intero il pacchetto di riforme sociali che avrebbero 
dovuto contraddistinguere il programma del primo 
governo di centro - sinistra. 

6 . Che neanche più si sappia che non c'è progresso, 
che nonsiascritto sullasabbia, destinato ad essere 
cancellato dalla prima alta marea se concernente 
esclusivamente la riproduzione lasciando inalterata 
(soggettivamente e oggettivamente) la produzione, 

10 conferma il fatto del credito di cui (seppur ridotto) 
continuano a fruire i sedicenti partiti di sinistra nella 
quasitotalitàfunzionali all’accumulazione "europea", 
come s'è visto nell’anno testé concluso con 
l’espropriazione, per mano di Amato, conniventi 
sindacato e "sinistre”, di quanto restava di stato 
sociale. 

7 . Epersuperare l’inevitabile "leghismo" della mer- 
ce lavoro che Lenin creò il partito coscienza-di-clas- 
se, che non si può dire che (aiutando per un verso 

11 finalismo storiografico marxiano, e per l’altro il di- 
sastro della prima guerra mondiale con conseguente 
crisi economica planetaria) non abbia funzionato, 
se l'ottobre è stato vittorioso sia all'interno siacontro 
la coalizione controrivoluzionaria internazionale. 


8. Formula, quella di Lenin, che, ovviamente, non 
poteva andare al di là del tempo in cui s’è mostrata 
vittoriosamente operante. Sta di fatto però che non 
s’è dissolta per questo l’istanza di una ragione 
universalmente liberatrice, idonea a dare unità a 
una lotta di classe in condizioni di rovesciare, su 
scala planetaria, l’attuale sistema produttivo, che, 
senza più la deterrenza del bipolarismo, ci ha fatto 
assistere dall’89 ad oggi, al ritorno alle guerre di 
religione, cancellando il patrimonio culturale frutto 
del processo materiale e intellettuale che va dai 
Lumi a Marx al movimento operaio, guerre di religione 
con materialità classista nè più nè meno di quelle del 
passato, con la differenza che ora il dio cristiano ha 
dalla sua l’atomica, i sistemi d' arma elettronico - 
spaziali, il Fondo Monetario Internazionale, il mono- 
polio mediale, sicché appare (per il momento) 
invulnerabile, e dunque in condizioni di permettersi 
tanto stermini punitivi tipo Golfo, quanto le attuali 
guerre umanitarie. 

9 . Una "ragione” di ardua ricerca non solo perchè 
(come non si stancano di ripetere i disinvolti mer- 
cenari dellasubcultura capitalistica) "Marx è morto", 
chè, in fatto di morte, ilcapitalismo appare nettamente 
pregiudicato rispetto al socialismo, dal momento 
che non gli restano, quanto a intellighenzia, che rot- 
tami alla Dahrendorf, per non parlare delle " teste 
pensanti” che non vedono soluzioni al di fuori del 
ricorso al sacro, con sua santità che guida la cro- 
ciata mondiale contro chi non si piega - per dirla col 
linguaggio della teologia della liberazione - alla 
teologia di morte intrinseca al capitalismo. Il fatto è 
che l’attuale fase storica, inerendo l’apparente mente 
irreversibile trionfo capitalistico, può ben essere 
rappresentata, metaforicamente, daH'immagine di 
un cinema in fiamme, dove la gente si ammazza vi- 
cendevolmente in cerca di scampo, anziché ricer- 
care, razionalmente, quanto potrebbe domare l'in- 
cendio, o, quanto meno, ridurne i danni. 

1 0. Dove trovare, stando così le cose, la “ragione" 
antagonista al capitalismo, la cui sopravvivenza è 
assicurata soltanto dal perpetuarsi della scissione 
umana in padrone - servo, e, come se non bastasse, in 
servi in lotta tra loro per le briciole, o, nel migliore dei 
casi, per progresso nell’ambito riproduttivo, che la 
prima alta marea capitalistica spazzerà via ? 

E poi non si rischia, se questa “ragione”si intravvede 
grazie all’elaborazione teorica, di cadere in uno 
sterile volontarismo, quale quello di chi si proclama 
comunista, standosene trincerato nella foresteria 
del palazzo? 

11 . Su ciò deve aver luogo il dibattito, considerato 
chesenza una visione coerentemente rivoluzionaria, 
valida qui e ora, nessuno può dire da che parte 


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Giornale telematico 




ecn milano 


cominciare per l'organizzazione, si tratti di quellla 
tradizionale, o invece, di autorganizzazione, che 
dovendo operare in una storia che non altro non è 
stata finora che lotta di classe (lotta fra produttori, i 
capitalistiche sidivorano reciprocamente; e lottafra 
chi produce attraverso il lavoro, e chi con la violenza, 
si impadronisce della parte più sostanziosa del pro- 
dotto), non può non avere natura politica, politica 
dell’unità marxiana anziché deila scissione capitali- 
stica, comunque politica che, per avere qualche 
chance di vittoria, deve essere in condizione di op- 
porsi antagonisticamente a un sistema produttivo, 
che la morte porta con sé non solo nell'ambito del 
lavoro, ma nache in quello della nostra dimora ter- 
restre, come mostrano i segni sempre più estesi e 
irreparabili di distruzione del sistema della vita. 

12 . Solo nella sfera politica è possibile (sempre che 
i tempi siano “fecondi", e si trovi la “ragione” con- 
sonante ai tempi, sostitutiva, oggi, della obsoleta 
coscienza di classe realizzabile nella forma partito) 
un’autorganizzazione di soggetti universalizzati. Se 
no, insistendo nelle telenovele sindacali, non si 
andrà più lontano del sindacato di Stato, anche se 
sostenuti da intenti i più generosamente innovativi. 
E neanche sono pensabili seriamente i soggetti so- 
ciali da liberarsi - attraverso un salario minimo ga- 
rantito-dellaschiavitùdellaproduzionecapitalistica, 
cui devono immancabilmente sottostare proprio in 
ragione della garanzia di un salario sociale elargito 
da uno stato interamente sussunto dal capitale. 

13. Tutto ciò senza dimenticare che tanta gente 
(sempre di più) è chiusa nel cinema in fiamme, per 
salvare la quale non basta, ovviamente, far appello 
alla ragione astratta. Necessita la ragione politica, 
che non può prescindere da quella sindacale, sicché 
ha senso anche l'autorganizzazione in difesa dei la- 
voro, imprescindibile per la stessa ovvietà dellatra- 
dizionale sentenza “primum vivere deinde philoso- 
phari" (primadi tutto lo stomaco sazio perpotercon- 
cettualizzare qualsiasi cosa), sentenza tanto più in- 
trinseca al terreno politico della lotta di classe, dove 
niente è concesso (nenache il diritto di respirare aria 
non inquinata), se non sostenuto da rapporti di 
forza. 

14. Verità che tutta la storia, nel succedersi dei 
secoli, non ha cessato di ribadire, e che se ora è cosi 
aliena dal senso comune è in ragione delia più 
grande vittoriache il capitallismo ha riportato espro- 
priandoci del sapere storico, e , con esso, della ve- 
rità fondamentale che imprescindibile chiave di 
lettura del presente è la conoscenza del passato, a 
sua volta correttamente leggibile solo attraverso la 
conoscenza del presente, quello reale della lotta di 


classe, tutt’altra cosa del non - discorso mediale, e, 
ahinoi, non solo mediale, visto a che cosasi è ridotta 
la pubblicistica della sinistra “responsabile”, tanto 
quella ostentatamente moderata (modello Trentin) 
quanto l’altra, modello Bertinotti, che scrive deH’”im- 
possibilità di essere moderati” , dichiarandosi dispo- 
nibile a “ricominciare con chi ci sta”, esclusivamente 
- nel suo caso - “revenants” (fantasmi), considerato 
che dinanzi alla dichiarazione di guerra (fine di ogni 
spazio di mediazione) del 1 0 dicembre 1 991 di go- 
verno, padroni, sindacato (tutti d’accordo nell'abo- 
lizione della scala mobile, unico istituto socialmente 
egualitario di un quarantennio di italica democrazia 
capitalistica), ha ritenuto di poter rimediare sullo 
stesso terreno puramente agitatorio - rivendicativo 
di Trentin, anche se di segno “radicale” rispetto a 
quello a quello ostentatamente moderato e cama- 
leontico dello stesso T rentin. Ingiusto, ovviamente, 
sarebbe far colpa solo a Trentin e Bertinotti se il 31 
Luglio è passato, così come è passato il golpe so- 
ciale di Amato, e siamo arrivati al salario di ingresso 
e al lavoro a noleggio, per non parlare di chi deve 
rassegnarsi (complice il sindacato) a riduzioni di pa- 
ga appesantite da un prolungamento dell'orario di 
lavoro, mentre in altre sedi - più fortunate - si strap- 
pano (senza curarsi di chi deve subire sacrifici so- 
ciali peggiori di quelli del ventennio fascista) miglio- 
ramenti salariali e normativi. L’atmosfera, ripetiamo, 
è quella del cinema in fiamme , e la prima che do- 
vrebbe risponderne è proprio la politica della sinistra 
“responsabile" che dopo aver ceduto, nel '64, sotto 
la minaccia di golpe, non solo ha continuato a retro- 
cedere, ma è arrivata addirittura ad operare con 
puntadi diamante nella repressione del movimento, 
chequalche ragione doveva pure averlaconsiderata 
l'incisività politico - sociale dello stragismo di Stato, 
rimasto del tutto impunito. 

15. Chiaro, comunque, che nessun affidamento 
può dare questo sindacato moderato - radicale (il 
Giano Bifronte Trentin - Bertinotti legato a una 
sinistra suicidatasi in un quarantennio di con- 
sociativismo segnato dalle connnessioni mafioso - 
confindustriali attualmente dominanti nell’orizzonte 
giudiziario. Occorre lasciare evangelicamente - che 
i morti seppeliscano i morti, ciò col realismo politico 
che s'è detto, il realismo del tener fermo alla so- 
pravvivenza (terreno della riproduzione), senza 
cedere in cambio vita, irriscattabile senza operare 
sulla produzione sul modello (naturalmente ag- 
giornato al qui e ora del cinema in fiamme) dei 
gramsciani consigli di fabbrica. 


Dario Paccino 

Roma, 8 gennaio 1993 


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Per un movimento antagonista 
allo stato di cose presente 



ecn milano 


FUNZIONALITÀ' DEI DUALISMO 

ORIENTE-OCCIDENTE 
NELLA POLITICA 
IDENTITARIA-IMPERIALISTA 


Recentemente mi è capitato di leggere il libro 
di EDWARD W.SAID "ORIENTALISMO" ed 
avendo trovato una mole incredibile di spunti 
di riflessione sulle tematiche del razzismo, 
sul cancro dell’identitarismo e sui rapporti tra 
le differenze, reali o costruite, ho pensato di 
riproporre in questo scritto alcuni dei 
problemi più interessanti (integrandovi alcune 
analogie con l’attuale “fruizione” del 
"problema somalo" italiano di chiaro stampo 
colonialista). 

Naturalmente quello che segue non ha la 
pretesa dell’esaustività; sono stati infatti qui 
omessi numerosi argomenti trattati dal libro 
di Said (dall’islam alla letteratura inglese e 
francese che nei secoli si è occupata, 
maldestramente, dell’Oriente). 

Consiglio vivamente, a chi si interessa di 
queste tematiche (ma anche a chi non le ha 
fino ad ora affrontate), di leggersi 
integralmente questo libro. 

L’edizione italiana è edita dalla Bollati 
Boringhieri, il costo è però proibitivo (si 
aggira sulle 60.000 lire)... quindi “occhio ai 
segnalatori magnetici”... 


OCCIDENTALE 


ORIENTE COME INVENZIONE 
DELL’OCCIDENTE 

Orientecomeinvenzionedell”Occidente”. Definiamo 
qui "Orientalismo” come stile di pensiero fondato 
sulla distinzione ontologica ed epistemologica tra 
Oriente e Occidente. Traccie di "orientalismo" si 
ritrovano in autori diversissimi tra loro (da Dante ad 
Hugo... fino a Karl Marx). 

L’Orientalismo viene qui usato per designare 
l’approccio occidentale nei confronti dell’Oriente. 
Partendo dal tardo XVIII secolo, possiamo parlare 
di orientalismo come insieme delle istituzioni create 
dall’Occidente per gestire le proprie relazioni “in 
maniera vantaggiosa” con l’Oriente. Si tratta, ov- 
viamente, di una gestione basata sui rapporti di for- 
za economici, politici e militari ma anche sulla ge- 
stione di nozioni culturali. 

Potremmo definire l’orientalismo come " discorso " 
(vedere la nozione di discorso adottata da Michel 
Foucault nei suoi " L'Archeologia del Sapere e Sor- 
vegliare e punire) al fine di comprendere come tale 
disciplina abbia potuto trattare e creare l’Oriente in 
campo politico, sociologico, militare, ideologico ed 
immaginario a partire dal tramonto dell'Illuminismo. 
L’orientalismo sarebbe comunque un discorso in 
nessun modo considerabile come mera traduzione 
di una politica di forza, esso si sarrebbe piuttosto 
costituito in presenza di un confronto impari con 
VARIE FORME DI POTERE (politico, militare, colo- 
niale, imperiale, intellettuale, culturale, estetico, 
morale, religioso ecc.). 

La cultura europea (in senso lato) ha tratto un f ortis- 


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Giornale telematico 



ecn milano 


simo senso di identità proprio contrapponendosi 
all’Oriente (non tanto reale, quanto pituttosto rispetto 
a quello da essa stesso inventato-rappresentato). 
Francia ed Inghilterra a partire dagli inizi dell’Ot- 
tocento fino alla fine della Prima Guerra Mondiale 
hanno rappresentato senzaltro le due “avanguardie” 
in termini di colonialismo e di orientalismo. 

I due termini “Oriente" ed “Occidente" sono il prodotto 
di energie materiali e intellettuali dell’uomo; il signi- 
ficato di questi termini segue dunque la storia e il 
pensiero dell'uomo nel loro incessante modificarsi. 

II discorso orientalista si è dotato di marche di veri- 
dicitàche ce lo fanno apparire come del tutto “reale", 
“vero”, “naturale". In realtà la coerenza del discorso 
orientalista si è costruita proprio sulla sovrappo- 
sizione di una retorica veridicità culturale su di una 
verità materiale ben diversa. Afferma infatti Said: 

(...) l’orientalismo, quindi, non è solo una fantasia 
inventata dagli europei sull’Oriente, quanto piuttosto 
un corpusteorico e pratico nel quale, nel corso delle 
varie generazioni, è stato effettuato un imponente 
investimento materiale. Tale investimento ha fatto 
dell'orientalismo, come sistema di conoscenza del- 
l'Oriente, un filtro attraverso il quale l'oriente è entra- 
to nella coscienza e nella cultura occidentali (...). 

Oltre a ricordare quanto l'egemonia culturale sia 
importante per l’affermarsi di un egemonia più 
ampia e comprensiva, risulta altrettanto importante 
ricordare non solo il ruolo censorio che una certa 
egemonia culturale esercita nei confronti di “altre 
culture", ma anche la sua capacità PRODUTTIVA. 
Occorre chiedersi quali energie intellettuali, culturali 
e politiche abbiano contribuito al sorgere della tra- 
dizione orientalista che altro non è che unaforma di 
imperialismo. Come è riuscito tale orientalismo a 
trasmettersi nel corso dei secoli? 

L’inizio dell'orientalismo viene fatto coincidere con il 
Concilio Di Vienne del 1312; fino alla metà del 
secolo XVIII gli orientalisti furono studiosi della Bib- 
bia e delle lingue semitiche o esperti dell'IsIam. 
L’orientalismo moderno viene a sostituire il vecchio 
orientalismo a cavallo tra la fine del XVIII sec e l’ini- 
zio del XIXsecolo;lasuavenutacoincide con la sco- 
perta etraduzione ditesti in lingue orientali (sanscrito, 
arabo...) ed era anche il risultato di un nuovo rappor- 
to Est-Ovest più stretto (a convenienza dell'Occi- 
dente... è innutile sottolinearlo). Nel 1798, infatti, 
Napoleone invade l'Egitto. 

Le correnti di pensiero settecentesco dalle quali 
dipendono le strutture intellettuali e istituzionali 
dell'orientalismo modernosono state: l'espansione, 
i confronti storici, un atteggiamento simpatetico e 
una tendenza alla classificazione. Si è avuta una 
laicizzazione del concetto di Oriente; i vecchi schemi 


religiosi intorno ailastoria ed al destino dell’uomo fu- 
rono ricostruiti e riutilizzati in maniera nuova, laica. 
Il periodo di maggior espansione dell’orientalismo 
coincide con il perìodo di massima espansione 
europea; tra il 1 81 5-1 914 l’Europa controllova circa 
l’85% delle terre emerse. 

Se volesimo riassumere la logica che ha guidato il 
colonialismo europeo in Asia potremmo così sche- 
matizzare: 

L’Asia rappresentava per l'Occidente lontananza 
ed estraneità 

L’islam era ostile all'Europa cristiana 
Per modificare tutto ciò: 

L'Oriente andava conosciuto, invaso e dominato 
per poi RICOSTRUIRLO in modo di trasformarlo in 
quello che si voleva fosse stato l'Oriente Classico... 
in modo da non dover fare i conti con l'oriente con- 
temporaneo. 

E' facilmente dimostrabile che il punto di vista 
dell'orientalismo ha coinciso storicamente con il 
punto di vista imperialista, e, sottolinea Said, la crisi 
dell'orientalismo si è avuta soltanto quando si sono 
create falle nel sistema imperialista. 

La nascita dei Movimenti di Liberazione Nazionale 
nelle ex-colonie orientali ponevano problemi alle 
teorie riguardanti queste “razze sottoposte”. Un 
altro fattore che ha incrinato l’ossatura orientalista 
è stato il suo ritardo rispetto alle nuove nozioni, 
nuovi metodi delle scienze sociali ed umane. 

Nel 1910 alla Camera dei Comuni, in Inghilterra, ci 
si interrogava sui problemi che l'impero di sua 
maestà si trovava a dover fronteggiare in Egitto, in 
quell’occasione Arthur James Balfour sosteneva il 
diritto da parte inglese di occupare l' Egitto non tanto 
grazie al potere politico ed economico, quanto 
piuttosto grazie alla “nostra" conoscenza di quel- 
l’area. Questa conoscenza diretta da parte inglese 
erasuff iciente a proclamare ildiritto alla amministra- 
zione coloniale di quelle terre abitate da uomini non 
inclini all’autogoverno.. . abituati a dispotismi e ad 
autoritarismo... 

(...) Non siamo in Egitto solo per il bene degli egi- 
ziani, benché senz'altro vi siamo anche per questo; 
siamo in Egitto per il bene di tutta l'Europa (...). 

Queste parole di Balfour non sono poi molto diverse 
da quelle espresse, per giustificare l’intervento 
occidentale in Medio Oriente, da Bush e dai suoi 
complici europei (basta sostituire Europa con 
Occidente, Democrazia, Capitalismo..). 

Non mi sentirei di escludere che da un “siamo in 
Somalia per portare ai somali generi di prima 
necessità” si passase poi ad un “non siamo in 
Somalia solo per il bene dei somali...” (la stessa 
cosa potrebbe essere detta per l’ex-Yugoslavia, 
l'Albania e così via...). Nel caso-somalo “noi" italiani 


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Per un movimento antagonista 
allo stato di cose presente 




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potremmo vantare (i mass media già lo stanno 
facendo!) una "conoscenza" diretta dell’area che ci 
consente non solo di “avere il diritto", ma di DOVER 
intervenire per gestire (“noi") la “loro" incapacità di 
autogoverno... (naturalmente il colonialismo italiano 
passato attraverso varie tipologie politiche - fino 
all'attuale modello democratico-repubblicano - che 
è stato esercitato in quell’area, può essere “dimen- 
ticato”, o, se prevale un minimo di “coerenza", GIU- 
STI FICATOi). 

La logica che avanzava Balfour nel 1 91 0 sostenva 
che l'Inghilterra conosceva l’Egitto; l'Egitto era ciò 
che l’Inghilterra conosceva di esso; occupandolo 
non gli provocava violenza ma ne difendeva 
l'essenza. 

Analogamente: 

l'Italia conosce la Somalia; la Somalia è ciò che l'I- 
talia conosce di essa; occupandola non provochiamo 
violenza su di essa ma ne difendiamo l’essenza. 
Con un minimo di "gestione intelligente" dei media... 
il gioco è fatto, l’immaginario collettivo lo consente. 
Tornando all’Egitto di inizio secolo, esso non rap- 
presentava solo una colonia ma rappresentava an- 
che la giustificazione dell’imperialismo occidentale, 
la superiorità inglese in termini di potenza e di 
sapere. 

Nel 1 882 l’Inghilterra occupò l'Egitto mettendo fine 
alla ribellione nazionalista e mise Lord Cromer 
come suprema autorità locale; costui trasformò gli 
“orientali" di Balfour in “razze sottoposte" e sostenne 
di esere di f ronte a razze incapaci di log ica e di dover 
quindi ricorrere, per guidarle, a un avvicinamento 
alle “loro aspirazioni” al fine di mantenere meglio i 
rapporti (di sudditanza). 

Se si analizasse "Modem Egypt"di Cromer, ci si 
troverebbe di fronte ad una serie di luoghi comuni 
nei confronti degli “orientali’’ incredibile (mancanza 
di precisione... menzogneri... non logici... la mente 
orientale riflette le pittoresche strade delle cittàlocali: 
manca di simmetria... ed altre cazzate del genere, 
del tutto simili a quanto Tommaso Ortiz, nel 1524, 
affermava nei confronti degli "altri” di turno in 
“America” o a quanto, poche settimane fa, diceva 
qualche imbonitore televisivo a riguardo degli 
“africani" cannibali...). 

C'è da dire che nonostante le descrizioni di Cormer 
siano basate sull’osservazione diretta (!) egli non 
manca di citare ampiamente qualche autorità orien- 
talista ortodossa (Renan, de Volney...) al fine di 
Trovare una risposta” al “perchè gli orientali siano 
“cosl-come-sono”. Cromer arriva alla "conclusione” 
che gli orientali agiscono, pensano e parlano in 
maniera del tutto OPPOSTA a quella degli 
occidentali. A giustificazione della diversità si utilizza 
una tautologica irriducibilità tra Est e Ovest. Se 
l’Oriente è stato conosciuto dagli europei da una 
posizione di forza, esso è stato inevitabilmente 


CREATO e RAPPRESENTATO a PROPRIOTOR- 
NACONTO ed AUTOGLORIFICAZIONE... quindi 
l’Oriente è dovuto essere L’OPPOSTO dell'Oc- 
cidente! 

La separazione, la conflittualità, Occidente-Oriente 
è il frutto di un processo durato secoli; se non ca- 
piamo questo, non possiamo sperare di compren- 
dere come mai oggi risulti così facile al potere im- 
porci visioni razziste nei confronti delPaltro” di 
turno... Basta infatti applicare questa centenaria 
cultura colonialista alle crisi economico-sociali 
presenti... e ancora una volta il giochino sembra 
fatto. 

Un atteggiamento tipico dell'orientalismo è quello di 
porre ogni fatto riguardante l’Oriente in un tribunale, 
in una prigione, in un’aula scolastica... tutto questo 
per avvicinarsi ad esso giudicando, ordinando e 
governando. 

Per avere un'idea di come fosse scientificamente (e 
cinicamente) applicato un modello didifferenziazione 
rigida tra orientale e occidentale (al fine di mantenere 
la gerarchia), basti pensare che nel XIX secolo 
l'Inghilterra si preoccupava di richiamare in patria i 
propri amministratori di grado elevato all’età di 55 
anni; questo perchè nessun orientale doveva veder 
invecchiare e decadere un occidentale... L’orientale 
doveva vedersi invecchiare, come la propria cultura 
in fase decadente... mentre l’occidentale doveva 
essere visto, e vedersi, all'apice delia maturità, co- 
me si conviene alla cultura occidentale... 

(...) quando categorie come quelle di “occidentale" 
e “orientale” sono nello stesso tempo il punto di 
partenza ed il punto di arrivo di analisi, ricerche, 
indirizzi politici (come quelli delineati da Balfour e 
Cromer), la conseguenza è di solito una polariz- 
zazione dell’esperienza - ciò che è occidentale di- 
venta ancora più occidentale, ciò che è orientale an- 
cora più orientale - ed è reso più difficile l'incontro 
umano tra differenti culture, tradizioni e sistemi 
sociali (...). 

Avviciniamoci un tantino ai giorni nostri, Henry Kis- 
singer nel suo "Domestic Structure and Foreign 
Policy” continua nella tradizionale opposizione binaria 
tra Occidente e Oriente affermando che mentre I’ 
Occidente crede che la realtà sia esterna all’os- 
servatore e che la conoscenza consista nel racco- 
gliere eclassificare informazioni in manieraaccurata, 
(tuttoquestograzie al pensiero newtoniano), l'Oriente 
(restato ad un pensiero di tipo pre-newtoniano) 
vede la realtà come interna all'osservatore... ecco 
perche’, secondo Kissinger, gli orientali mancano di 
precisione. Quel che preoccupa Kissinger e gli 
interessi occidentali-capitalistici è un eventuale uso 
orientale del pensiero di stampo profetico pre- 
newtoniano in termini rivoluzionari alternativi nei 



gennaio 1993 
Giornale telematico 




ecn milano 


confronti della “precisione" e “funzionalità" neces- 
saria al capitalismo. Queste preoccupazioni hanno 
fatto concludere a Kissinger che occorre: 

(...) costruire un ordine internazionale prima che 
una crisi lo imponga come una necessità (...). 

E con questa affermazione si torna al DIRITT Oche 
l’occidente avrebbe di agire da gendarme nel mon- 
do... (non differisce di molto da quanto Cromer 
vaneggiava a proposito di un ordine internazionale 
volto a moderare o ad impedire spinte centrifughe 
provenienti dalla “periferia” del mondo. Penso non 
servano esempi “contemporanei" di applicazione di 
tale logica a livello internazinale...). 


COME VIENE “FRUITO” OGGI UN 
“ORIENTALE” IN OCCIDENTE? 

Come viene visto oggi un Arabo in Europa o negli 
Stati Uniti d'America? Come un “problema”. 

Said, come arabo che vive negli USA, è ben con- 
sapevole di come venga trattato, in termini di raz- 
zismo, un arabo in occidente; afferma infatti nell'in- 
troduzione di "Orientalismo": 

(...) nessun orientalista (...) si è mai culturalmente o 
politicamente identificato con gli arabi; un certo 
gradodicomprensioneosimpatia è talvolta possibile, 
ma senza mai raggiungere un grado di identificzione 
pari a quello delPAmerica liberal con il sionismo; e vi 
è sempre l'interferenza di associazioni mentali con 
idee abbastanza negative, come il conflitto di interessi 
economici a proposito del petrolio, o l'estremismo 
religioso di alcuni paesi o strati della popolazione 
(...). 

Harold W.Glidden (membro del Bureau of Intelli- 
gence and Research del Dipartimento di Stato degli 
USA) scrisse sull'"American Journal of Psychiatry" 
(febbraio 1972) un articolo intitolato “The Arab 
World" ove in sole quattro pagine si proponeva di 
dare un “ritratto psicologico" di CENTO MILIONI DI 
PERSONEconsiderate in un periodo di MILLETRE- 
CENTO ANNI (I). In tale articolo sosteneva di aver 
ricostruito l’ intima meccanica (!!) del comportamento 
degli arabi e di aver riscontrato che quel che dal 
“nostro" punto di vista è aberrante, per gli arabi è 
normale, sostiene che gli arabi si trovano bene solo 
in situazioni conflittuali, che essi valorizzano il 
conformismo, che il prestigio personalesi basa sulla 
capacità di dominare gli altri... ed una serie di altre 
boiate del genere. 

(...) la sola cosa ragionevole per gli arabi sarebbe 


perseguire la pace (...) non è detto che dal punto di 
vista arabo un siffatto ragionamento logico appaia 
convincente, dal momento che l’obiettività non è di 
per sè un valore dell’universo etico di quel popolo. 
(...) nella società araba (...) il fine giustifica i mezzi 
(...) 

Come volevasi dimostrare le scale di valori orientali 
sono del tutto opposte a quelle occidentali. 

Altro esempio riportato nel libro di Said, riguarda 
H.A.R.Gibb (direttore del Centerfor Middle Eastern 
Studies della Harvard University) costui, “esperto” 
della “questione mediorientale”, si permette di 
affermare tranquillamente negli anni 60 tesi che 
risultano del tutto simili a quelle europee del VII 
secolo; sostiene infatti che quando gli orientali 
lottano contro il colonialismo si deve tener presente 
che costoro non hanno mai concepito l’autogoverno 
come "noi”... costoro non possono essere analizzati 
rispetto a interessi di classe, in base a circostanze 
politiche o economiche... costoro sono pur sempre 
“orientali", diversi, opposti a noi, l’Oriente è Oriente, 
l’islam è l’islam... 

Sempre a livello accademico è interessante dare un 
occhiata alla guida ai corsi di studio per gli studenti 
del Columbia College (1975); qui si afferma, a 
proposito dei corsi di arabo, che ogni altra parola in 
quella lingua era collegata in un modo o nell’altro 
con la violenzae che la mentalità arabasi rispecchia 
in tale lingua (o viceversa... non sono riuscito a 
capire se qui si pone prima l’uovo o la gallina... ma 
il risultato non cambia.). 

Nel 1973 (guerra arabo-israeliana) il New York 
Times Magazine commissionòdue articoliciascuno 
dei quali doveva esprimere il punto di vista di una 
delle due parti in conflitto. La parte israeliana fu 
affidata ad un giurista israeliano, quella araba ad un 
EX-AMBASCIATORE DEGLI USA IN UN PAESE 
ARABO. (!). 

Oggi, in occidente, vige una volgarizzazione e dif- 
fusione popolare deH'orientalismo; la fortuna eco- 
nomica di alcuni dei paesi arabi viene considerata 
“immeritata”, frutto dello sfruttamento petrolifero ai 
danni delle “nazioni più civili"... “noi”, mondo civile, 
abbiamo il diritto di usare o possedere (cosa ci 
siamo andati a fare nel Golfo ultimamente?) la 
maggior parte delle risorse mondiali. 

Se, in occidente, gli arabi sono a lungo stati visti, 
nell'immaginario collettivo, con lo stereotipo del 
nomade a dorso di cammello (il modo migliore per 
ripercorrere l'evoluzione della rappresentazione 
dell'arabo nella contemporaneità occidentale risulta 
quello di visionare accuratamente qualche decinadi 
film hollywoodiani... dal nomade a cammello in 
cerca dell’oasi... al terrorista arabo che mette bombe 
tra la gente in occidente), dopo la guerra del 1973 
l’immagine dell’arabo si è fatta sempre più 


Per un movimento antagonista 
allo stato di cose presente 


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ecn milano 


minacciosa. Gli arabi, oltre ad essere “Il nemico” di 
"Israele-occidente", sono ifornitori del petrolio... e la 
crisi petrolifera del 1 973/74 ha mostrato all'occidente 
quanto costoro non abbiano “le qualità morali per 
gestire tale bendidio”. 

Da un analisi di massima dello stereotipo arabo 
mostrato dai media occidentali, emerge una figura 
del tutto negativa. 

L'arabo non è mai mostrato come individuo (non 
essendo degno di essere considerato Un Individuo 
lo si rappresente sempre come massa-moltitudine 
indifferenziata). 

Nonostante oggi la stragrande maggioranza degli 
intellettuali non sia più disposta a sentir parlare di 
“mentalità negra”, di “psicologia dell'ebreo" ed altre 
oscenità razziste del genere, difficilmente si hanno 
levate di scudi contro chi ancor oggi parla di “mentalità 
musulmana" e di “carattere degli arabi”. 


DUNQUE 

Quello che l'orientalismo ha contribuito a formare è 
la netta distinzione-opposizione Oriente-Occidente 
e visto che tale orientalismo si fondava (si fonda) 
sulla volontà di dominio sull’Oriente, esso è potuto 
sopravvivere a rivoluzioni, guerre mondiali e 
dissoluzioni di imperi. 

Said riconosce che oggi il mondo arabo è un satellite 
intellettuale, politico e culturale degli USA (le stesse 
università arabe funzionano generalmente 
ispirandosi a schemi ereditati-imposti da ex-potenze 
coloniali. Se pensiamo che mentre l'Oriente esporta 
in Occidente quasi soltanto petrolio e manodopera 
sottopagata, e che, viceversa, gli USA esportano in 
oriente una vasta gamma di prodotti americani sia 
concreti che culturali ed ideologici, non dobbiamo 
stupirci dell'appiattimento mondiale dei "gusti” e dei 
“valori'' sul modello statunitense. 

Un altro aspetto toccato nel libro di Said riguarda il 
fattoche l’orientalismo hastoricamente incoraggiato 
una visione del mondo peculiarmente maschile. Se 
pensiamo agli scritti dei viaggiatori e romanzieri, la 
donna veniva sempre vista come una creazione 
delle fantasie di predominio dell'uomo, solitamente 
stupida e, soprattutto, sessualmente disponibile. 
Per concludere voglio segnalare che Said scorge 
nello stesso Marx una visione in qualche modo 
orientalista; quando egli analizzava (1 853) il metodo 
digoverno inglese in India.finivaperribadirechepur 
nuocendo alle popolazioni asiatiche, il colonialismo 
e lo sfruttamento inglese, andava a consentire loro 
(cosa che altrimenti “non sarebbe stata possibile...") 
la possibilità di una rivoluzione sociale. Afferma 
infatti Marx: 


(...) il punto è: può l'umanità compiere il suo DESTINO 
in mancanza di una radicale trasformazione della 
situazione sociale in Asia? Se la risposta è no, 
allora, INDIPENDENTEMENTE dai crimini che 
l’inghilterra può aver commesso, il suo ruolo è stato 
quello dell'inconsapevole strumento della storia, in 
quanto ha promosso quella trasformazione (...). 

Come possiamo vedere (il maiuscolo, nellacitazione, 
è mio) in questo caso ci si trova di fronte ad una 
visineinqualche modo messianica. Fortunatamente, 
altrove, Marx si “libera” (per quanto possibile “aire- 
poca”) un tantino da questo “evoluzionismo", “pro- 
gressismo”, “linearismo dello sviluppo" (anche se, a 
mio modesto modo di vedere, MÀI DEL TUTTO 
nonostante in diversi suoi scritti ribadisca la non- 
linearità assoluta delle trasformazioni). 

Quel che comunque Said riscontra ANCHE in Marx 
è il bisogno che l’Oriente avrebbe dell’Occidente 
(anche dei suoi crimini) per emanciparsi... 

Dopo aver ripercorso la storia dell'orientalismo, del 
suo essere intrinsecamente razzista-imperialista, ci 
si deve chiedere quale possibile alternativa si deve 
creare all’impostazione orientalista. Eperfarquesto, 
come dice lo stesso autore, occorre ripensare l'intero 
tema dei rapporti tra CONOSCENZA e POTERE. 


G.H. gennaio '93 
presso il CDA di Modena 



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gennaio 1993 
Giornale telemaiico 



ecn milano 


PALESTINA 
STORIA E ATTUALITÀ' 
DI HAHIAS 


Nella storia moderna della regione Araba, l’IsIam ha 
giocato un doppio ruolo. Molte forze islamiche han- 
no partecipato alle lotte popolari contro il colonialismo 
e la dominazione straniera. Altre hanno sostenuto 
regimi reazionari e difeso lo status-quo. 

La Fratellanza Musulmana (da ora “FM”) è un chiaro 
esempio della seconda tendenza, e da questo 
partiamo per valutare il ruolo della sua creazione, 
Hamas, nel campo palestinese. 

L’attuale fondamentalismo islamico è prima di tutto 
una reazione al fallimento dei regimi arabi nel 
soddisfare le richieste dei loro popoli, sopratutto la 
liberazione nazionale e il progresso sociale. E’ 
anche una reazione alla incapacità delle forze laiche 
di porsi come reale alternativa e raggiungere questi 
obiettivi. Quando le forze nazionaliste, progressiste 
edi sinistra vanno in crisi questo movimento cresce, 
come successe dopo la guerra del 1967. Ai tempi 
delle rivolte nazionaliste panarabe essi apparirono, 
sostenuti dai regimi reazionari e dai loro protettori 
internazionali, sopratutto gli Stati Uniti e la Gran 
Bretagna. Ricordiamo i tentativi della FM di desta- 
bilizzare il regime di Nasser in Egitto negli anni ’50 
e il distruttivo ruolo di Flamas contro l’Intifada a parti- 
re dal gennaio 1988. 

Nella Strisciadi Gaza e in Cisgiordania il movimento 
islamico non ha avuto una presenza significativa tra 
le masse o nella mappa politica fino alla metà degli 
anni ’70. Da allora è cresciuto fino a diventare una 
delle principali forze politiche. 

Il movimento islamico nei territori occupati include la 
FM, il gruppo più importante perseguito e influenza. 


Nel gennaio 1988 la FM crea Flamas, come sua 
struttura nell’lntifada. Ci sono inoltre la Jihad Islamica 
e il Partito di Liberazione Islamica, che non hanno 
una presenza significativa. Questi tre gruppi 
costituiscono l’ossaturadel movimento islamico nei 
territori occupati, dietro ai quali ci sono altri gruppi 
che non si occupano di politica, come i Sufi, Al 
Tabligh, Al Salafiyyin, e altri. 


LE RADICI 

La FM fu creata in origine da Hassan Al Banna in 
Egitto nel marzo 1928. In una prima fase la sua atti- 
vità era esclusivamente ditipo religioso. La creazione 
di questo movimento fu una reazione contro le di- 
storsioni culturali create dai colonizzatori europei in 
Egitto. 

Ideologicamente la FM fu ispirata dalle teorie di Ibn 
Taymiah (morto nel 1328)edell’lman Abu Al Ala Al 
Mawdodi del Pakistan. 

Ma sopratutto fu influenzata dalla moderna scuola 
Salafiya di Rashid Ridha in Egitto, che voleva imi- 
tare il buon esempio dei pionieri dell’IsIam. Egli ar- 
gomentava che l’IsIam è sia una religione che una 
dottrina dello stato. 

Dieci anni dopo lafondazione di questo movimento, 
la FM si coinvolse nella politica, e nel suo quinto 
congresso tenuto al Cairo chiamò al ritorno all’IsIam 
e alla unione di tutti i musulmani sotto un unico stato 
islamico. Rifiutarono qualunque collaborazione con 


Per un movimento antagonista 
allo stato di cose presente 


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ecn milano 


altre forze politiche, e rifiutarono la via rivoluzionaria 
come mezzo per la presa del potere. 

A quei tempi la FM ottenne simpatie e supporto dal 
regime tirannico egiziano e da alcune compagnie 
straniere come la International Suez Canal Com- 
pany, che diede al movimento 500 pounds(a quel 
tempo una cifra considerevole). Un esempio di co- 
me l'Islamfu utilizzato per scopi politici reazionari lo 
troviamo anche nel 1 938 quando lo sceicco Mustafa 
al Muraghi disse a tutti i musulmani di riconoscere 
Re Faruk I come “ l'Emiro dei fedeli e il Califfo di tutti 
i Musulmani”. 


CONTRO LA RESISTENZA 
NAZIONALE 

Ci sono pochi dubbi sul ruolo giocato dalla FM con- 
tro la causa nazionale palestinese: ma è utile 
ripercorrere la storia per dare alcuni esempi. Prima 
dell'occupazione del 1967 le forze islamiche di 
Gaza erano legate all’Egitto, e quelle della Cisgior- 
danìa alla Giordania. Solo dopo il 67 si può parlare 
di loro come un movimento palestinese. All'Inizio del 
suo lavoro in Palestina la FM si dedicava solo a 
questioni religiose. Quando cominciò ad avere un 
ruolo negli affari sociali tramite la carità musulmana 
e le istituzioni educative entrò in conflitto con i pro- 
grammi sociali delle sinistre: agli inizi degli anni 80 
questo conflitto era aperto. Durante gli anni '80 la 
FM entrò sempre più nel campo politico, in compe- 


tizione con le forze nazionaliste. Lo scoppio dell’ln- 
tif ada accelerò questo processo di contrapposizione 
all'OLP, per arrivare ai recenti scontri con Al-Fatah. 
Abdel Rader Yassen era un quadro comunista della 
striscia di Gaza nel 1967. Egli ricorda come i 
comunisti contattarono lo sceicco Ahmed Yassen 
(l’attuale leader di Hamas) per costruire un fronte 
delle forze politiche di Gaza contro l’occupazione. 
Ma lo sceicco Yassen disse che la sconfitta era una 
vendetta di Dio contro Nasserche aveva fatto ucci- 
dere Sayyed Qotob nel 1 965. 1 comunisti gli chiesero 
come avesse potuto Dio scegliere i sionisti come 
suoi vendicatori. Yassen rispose che non era impor- 
tante chi compiva la vendetta, ma che questa fosse 
attuata. 

I comunisti, molto pazienti, dissero: lasciamo perdere 
questa storia della vendetta. Ora la striscia di Gaza 
è occupata dalletruppe israeliane, volete unirvi a noi 
per resistere alla occupazione? Yassen rispose 
"Naturalmente, no”. La situazione in Cisgiordania 
non era migliore, la FM aveva sempre appoggiato la 
monarchia giordana nella sua lotta contro le forze 
nazionaliste palestinesi. Il conflitto, cominciato negli 
anni '40 con la complicità di Re Abdullah con gli 
inglesi e i sionisti, è continuato fino agli anni '80. 

E' risaputo che il regime giordano appoggiò la 
crescita islamica a Gaza e in Cisgiordania finanzia- 
riamente, politicamente e militarmente. Questo sia 
direttamente, sia facendo da canale per gli aiuti 
della monarchia saudita. Va detto che la monarchia 
saudita è stata il maggiore finanziatore della FM. 
Ancora più grave il fatto che anche le autorità 
israeliane abbiano finanziato questo movimento, 
come disse il governatore militare di Gaza, generale 
Segev: "Attraverso moschee e scuole religiose ab- 
biamo dato aiuti finanziari a gruppi islamici percrea- 
re una forza alternativa all'OLP". 

Quando lo sceicco Yassen fu interrogato dagli isra- 
eliani per il possesso di armi nel 1984 egli rispose 
che aveva avuto i soldi dall'Arabia Saudita e che 
intendeva usare le armi contro la sinistra palestinese 
e i comunisti. E quando fu liberato un anno dopo 
rigettò l’ipotesi della lotta armata contro Israele e si 
dedicò a propagandare l’IsIam e combattere contro 
le forze palestinesi laiche. Oltre alle armi gli israeliani 
gli avevano trovato 20.000dinari giordani e una lista 
di 190 nazionalisti palestinesi da uccidere. 

La FM si oppone al programma nazionale palestinese 
perchè sostiene che la liberazione può arrivare solo 
attraverso l’IsIam. 

L’IsIam è considerato la base spirituale, ideologica 
e psicologica indispensabile per sconfiggere il 
nemico. La FM ha una storia di attacchi contro 
istituzioni nazionaliste e della sinistra: ad esempio il 
7 gennaio 1980 attaccarono la Mezzaluna Palesti- 
nese a Gaza con il pretesto che era controllata dai 
comunisti. Distrussero gli uffici, incendiarono il pa- 
lazzo e devastarono la biblioteca. E’ risaputo che le 


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gennaio 1993 
Giornale telematico 




ecn milano 


forze di occupazione non intervennero. Lo stesso 
accadde due volte nel 1982. Aliatine del 1981 laFM 
attaccò l’Università di Al-Najia, a Nablus, e gettò dal 
terzo piano il Professore Mohammad Hassan 
Sawalhah, un uomo di sinistra, ti 4 giugno 1983 stu- 
denti dell’Università Islamica di Gaza attaccarono i 
loro colleghi laici, ferendone 200. Il giorno dopo par- 
tirono da Gaza per attaccare l’Università di Bir Zeit, 
unaroccafortedellasinistrapalestinesenellaCisgior- 
dania. Nel 1984 membri della FM dispersero una 
manifestazione di Al-Bireh con il pretesto che la 
dimostrazione era fatta dalla “sinistra atea’’. 
Durante tutti questi attacchi le forze d'occupazione 
israeliane impedivano a chiunque di aiutare gli at- 
taccati. 


LA FRATELLANZA MUSULMANA 
E LA QUESTIONE NAZIONALE 

Non è difficile quindi affermare che il ruolo della FM 
nella lotta nazionale palestinese è sempre stato di- 
struttivo. A volte nel passato hanno giocato un ruolo 
positivo, specialmente nella guerra del 1 948 contro 
l'occupazione sionista. Ma dagli inizi degli anni '50 
hanno avuto un ruolo negativo. A parte alcune ec- 
cezioni per motivi di loro convenienza politica, le at- 
tività di questo movimento reazionario sono state in 
sintonia con i piani sionisti. Dall'inizio essi hanno 
diretto le loro azioni contro le istituzioni nazionaliste 
perdeviare la lotta del nostro popolo dal suo obiettivo 
contro l’occupazione e stancare il movimento 
nazionale in lunghe dispute con il pretesto di 
“combattere l'ateismo". 

Secondo Sabri Abu Dyab, un ideologo della FM 
nella Cisgiordania: “La terra, tutta la terra, o è del- 
l'ateismo o è dell’IsIam; non c'è una terra Araba, Pa- 
lestinese, o Ebrea.... la terra non può essere con- 
siderata santa, solo Allah è santo. Come possiamo 
santificare una piccola parte della terra, la Palestina, 
invece di Allah, come fan no i cosiddetti nazionalisti?" 
Partendo da queste considerazioni la FM rigetta la 
reale idea del nazionalismo e di conseguenza si 
astiene dal resistere all’occupazione israeliana, fin 
quando non crescerà una nuova generazione di 
musulmani che metta la questione su una base 
religiosa. Intanto essi si dedicano a combattere le 
forze laiche, sopratutto i comunisti, in Palestina e 
ovunque. Peresempio, essi lottaronocon i mujahdin 
afgani, indifferenti al fatto che fossero finanziati dal- 
la CIA nella più grande campagna controinsur- 
rezionale della storia degli Stati Uniti e che fossero 
coinvolti nel commercio dell’eroina. 

Reagendo alla posizione negativa della FM sulla 
questione nazionale e al suo rifiuto di contrastare 
l'occupazione sionista, molti uscirono dai suoi ranghi 


perfondare, nel 1 975, la Jihad Islamica. A differenza 
dei FM la Jihad considera la liberazione della Pale- 
stina il suo obiettivo primario. Come dice lo sceicco 
Abdel Aziz Oudeh, leader della Jihad a Gaza, ora 
deportato: “Sono un musulmano palestinese. 
Considero la Palestina la terra più importante del 
mondo islamico, e spero che saremo capaci di co- 
struire uno stato islamico in Palestina...” 

La Jihad Islamica porta avanti la lotta armata e non 
chiede di imporre la legge islamica sulla comunità 
palestinese prima della liberazione. Così ha potuto 
trovare un denominatore comune con altre organiz- 
zazioni del movimento nazionale palestinese. A 
differenza della FM la Jihad ha giocato un ruolo 
attivo nella resistenza all’occupazione, anche prima 
dell’lntifada. Perquestoèstataoggettodì repressione 
da parte delle forze d’occupazione che ultimamente 
sono riuscite a ridurre il suo potenziale militare con 
uccisioni, deportazioni e imprigionamenti. 


IL REVIVAL DEL MOVIMENTO 
ISLAMICO IN PALESTINA 

La forza dell’IsIam in Palestina è in ultima analisi 
parte della rinascita islamica nella regione e in altre 
parti del mondo. 

Possiamo indicare alcune cause di questo sviluppo. 
Innanzitutto il boom petrolifero e la crescente influ- 
enzadei paesi produttori, sopratutto l’Arabia Saudita; 
la vittoria della rivoluzione islamica in Iran e la 
politicizzazione dell’IsIam: la crisi economica dovuta 
alla caduta del prezzo del petrolio; l’arretramento 
del movimento nazionale palestinese, specialmente 
durante l'invasione israeliana del Libano del 1982 
che disperse le forze dell'OLP in diversi paesi, e poi 
la divisione di Al- Fatah del 1983 e la guerra dei 
campidei 1985. Inoltre ci sono fattori internazionali. 
Da una parte, l'ipocrisia dell’Ovest verso il mondo 
arabo, dimostrata recentemente durante la crisi del 
golfo e con il “processo di pace” sponsorizzato dagli 
USA, ha fatto si che le masse perdessero fiducia in 
chi esprime ideali liberali. Dall’altra parte, il collasso 
dell'Unione Sovieticaedei Paesi socialisti dell’Europa 
dell’Est, che per molti hanno significato il collasso 
dell’intera teoria marxista. Nello stesso tempo la 
Palestina occupata ha visto la crescita del fonda- 
mentalismo ebraico e della estrema destra sionista, 
oltre alla tolleranza delle autorità verso la crescita 
del movimento islamico, specialmente della FM. 
Inoltre, dopo le successive sconfitte degli eserciti 
arabi molti cominciarono a pensare che Israele 
vinceva perchè gli ebrei erano molto attaccati alla 
loro religione, mentre le sconfitte degli arabi erano 
dovute al loro allontanamento dall’IsIam. 


Per un movimento antagonista 
alio stato di cose presente 


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ecn milano 


L’EMERGERE DI HAMAS 

LaFM in Paiestinasi trovò afronteggiare unagran- 
de sfida quando ne! dicembre 1 987 scoppiò l’Intifada 
popolare palestinese. 

Quaranta giorni dopo, il 1 6 gennaio 1 988, creò Ha- 
mas (Movimento di Resistenza Islamica). Fin 
dall’inizio Hamas si presentò come una alternativa 
all’OLP, l'unico legittimo rappresentante del popolo 
palestinese e guida della sua lotta. Questo mise 
Hamas in contrastocon la rappresentanza deli’OLP 
nei territori occupati, il Comando Unificato del- 
l’Intifada. La partecipazione della FM all’intifada, 
attraverso Hamas, segna una nuova epoca nella 
sua strategia di fronte alla causa palestinese. Come 
scrive Hamas in un suo comunicato : “Quello che sta 
succedendo oggi in questaterraferita è lacreazione 
della nazione islamica". Con la creazione di Hamas 
la FM vuole riservarsi un diritto a partecipare nella 
futurasistemazionedellaquestione palestinese. Se 
l’Intifada dovesse fallire Hamas sarebbe sciolta e la 
FM se ne laverebbe le mani. Se l'Intifada vincerà, la 
FM si attribuirebbe i successi di Hamas. 


HAMAS CONTRO L’INTIFADA 

Secondo Ibrahim Al Koka, un leader di Hamas 
“L'Intifada è natasu iniziativadi Hamas, che hadeci- 
so l'ora zero." Lo sceicco Yassen aggiunge “La FM 
hacominciatol'lntifada.eperquesto deve guidarla". 
Indubbiamente il ruolo giocato dalle mosche e 
all'inizio dell'lntifada come luogo di riunione e punto 
di partenzadelledimostrazioni dà credibilità a questa 
visione. Ma i leader di Hamas dimenticano di dire 
l’intera verità, e cioè che le moschee furono usate 
molto più dalle forze laiche che da quelle religiose. 
Per non dire che le forze d’occupazione furono 
veramente contente della nascita di Hamas, che 
avrebbe messo confusione nella lotta. 

In più Hamas sarebbe servita a dare una immagine 
distorta dell’lntifada e del movimento nazionale 
palestinese agli occhi del mondo. Per illustrare il 
reale volto di Hamas è sufficiente vedere alcuni ap- 
parentemente ridicoli ma in realtà dannosi slogan di 
Hamas come “Il Corano è il solo legittimo rappre- 
sentante del popolo palestinese”. Un altro slogan 
“Dopo sabato viene domenica", può essere inteso 
come l’indicazione che dopo aver vinto conto gli 
ebrei, Hamas combatterà contro i cristiani. Come 
possono questi slogan essere utili alla lotta pale- 
stinese ? 

Era chiaro dall'inizio che Hamas stava giocando un 
ruolo negativo per l’Intifada, mettendosi contro le 
forze nazionaliste e ponendosi come alternativa al 


Comando Unificato. Ha anche provocato divisioni 
settarie, come quellache ha portato alla costruzione 
del Movimento di Resistenza Cristiano (Hamam) a 
Ramallah. 

Inoltre Hamas ha lanciato una campagna su larga 
scala contro le donne palestinesi e la loro parteci- 
pazione all'lntifada, che ha riportato le donne nelle 
loro case. Questo ha privato l’Intifada del 50% dei 
suoi attivisti. Anche altre forze islamiche, come la 
Jihad, sono state spesso attaccate da Hamas. 

In ultima analisi Hamas ha contribuito, coscien- 
temente o meno, agli sforzi israeliani di sottomettere 
l’Intifada. Su questo le sinistre e le forze progressiste 
palestinesi hanno una parte di responsabilità per 
aver qualche volta chiuso un occhio su quello che 
succedeva in nome dell'unità nazionale. Nei fatti, 
questa mancanza di una chiara presa di posizione 
hadato ad Hamas legittimazione neiterritori occupati. 
Una volta fu chiesto al “pharoah" come era potuto 
diventare cosi forte e potente. Egli rispose: “perchè 
nessuno ha mai cercato di misurare la mia forza”. 


HAMAS E IL “PROCESSO DI PACE” 

Dal momento che Hamas si presenta come alter- 
nativa politica all’OLP è normale che si opponga alle 
politiche e ai programmi dell’OLP. Su questo Hamas 
è avvantaggiata dal fatto che molti palestinesi sono 
scontenti di queste politiche, specialmente dell'ap- 
proccio dell’OLP verso il “processo di pace” spon- 
sorizzato dagli Stati Uniti. La disillusione delle masse 
palestinesi verso questo processo è stata chiara 
dopo l’inizio della conferenza di Madrid. Bisogna 
direche Hamas hatratto beneficio dalla crisi generale 
delle forze nazionaliste, pan arabe e di sinistra, e 
dalle divisioni causate dalla condotta della leader- 
ship dell’OLP, nonché dalla sua cattiva gestione fi- 
nanziaria. Le masse dell’lntifada hanno sofferto 
molto perquestacattivagestione, sopratutto durante 
e dopo la guerra del golfo, quando gli sceicchi dei 
Paesi del Golfo misero in atto il consiglio di Henry 
Kissingerdi "prosciugare le risorse economiche del- 
l’OLP”. Questo ha permesso ad Hamas di muoversi 
in acque agitate e migliorare la propria posizione. 
Hamas si oppone non solo all'attuale “processo di 
pace", ma all'intero programmadell’OLP. E’ contraria 
ad una conferenza internazionale ed anche alla 
Dichiarazione di Indipendenza Palestinese fatta dal 
Consiglio Nazionale Palestinese nella sua 19° 
sessione. La questione è fino a che punto l’opposi- 
zionedi Hamas ad unasoluzionepoliticasiasincera. 
E’difficiledareunarispostachiaraaquestadomanda, 
ma può essere utile menzionare dei fatti che ci 
aiutano a trovarla. 

Innanzitutto Hamas non ha una piattaforma politica. 



gennaio 1993 
Giornale telematico 



ecn milano 


Inoltre ha una base ideologica piena di retorica 
islamica intercalata da posizioni politiche. Questo 
daal movimento un grosso margine di manovrabilità, 
potendocambiare le sue posizioni politiche a volontà, 
a seconda dei suoi obiettivi o dei sentimenti popolari. 
Quando le forze irakene entrarono nel Kuwait il 2 
agosto 1 990, Hamas protestò contro Pinvasione" 
irakena. Era logico, visti gli stretti legami tra Hamas 
e i regimi reazionari arabi, specialmente quello Sau- 
dita e quello di Al Sabah. Ma in pochi giorni Hamas 
cambiò completamente posizione, avendo capito 
che sostenere questi regimi poteva costargli il sup- 
porto delle masse palestinesi. 

E quando si chiede ai leaders di Hamas cosa ne 
pensano di una soluzione politica della questione 
palestinese, le loro risposte sono ambigue. Una 
voltafu chiesta l'opinione dello sceicco Yassen sulle 
trattative con Israele. Lui rispose l'Israele dovrebbe 
prima riconoscere il nostro diritto all’autodetermina- 
zione e al ritorno, poi prenderemo in considerazione 
la cosa”. Se questo è vero, dimostra una divisione 
nelle posizioni di Hamas, che ha sempre dichiarato 
di rifiutare qualunque forma di trattativa e di ricono- 
scimento di Israele. 

Quandof u chiesto a Mahmoud Al-Zahhar e Ibrahim 
Al-Yazouri, due leaders di Hamas a Gaza, cosa 
pensassero della conferenza internazionale, rispo- 
sero: “La conferenza internazionale dovrebbe essere 
vista da una prospettiva islamica”. Naturalmente 
non spiegarono cosa si intendesse per “prospettiva 
islamica", e come questa potesse essere applicata 
in un contesto internazionale. 

I sospetti dell’OLP crebbero quando due figure di 
rilievo della FM dei territori occupati, Mahmoud Al- 
Zahhar e Ibrahim Al- Yazouri, parteciparono a una 
delegazione di Gaza che incontrò l’allora Ministro 
della Difesa, Rabin, all'inizio dell'lntifada, il 1 °giugno 
1988. Le forze nazionaliste denunciarono che Ha- 
mas, negando la rappresentanza del popolo pale- 
stinese all’OLP, e rifiutando una conferenza inter- 
nazionale e uno stato palestinese indipendente, 
nonostante le sue giustificazioni ideologiche, era in 
termini pratici allineata con la posizione di Israele e 
degli Stati Uniti. Questo non esclude naturalmente 
che un giorno Israele potrà farla finita con Hamas, 
quando quest'ultimo non sarà più utile. 

Quando Hamas vuole criticare una figura politica lo 
fa mettendo l'accento su questioni personali o di 
religione, e non sulla sostanza politica. Un recente 
comunicato di Hamas attacca Hanan Ashrawi come 
persona, non come portavoce di una linea politica 
che potrebbe liquidare la questione palestinese. 
Hamas pone l'accento sul nome di suo padre per 
mostrare che è cristiana. 

L'ha anche accusata di immoralità perchè ha baciato 
Arafat durante un ricevimento pubblico. 

Inoltre ci si può chiedere come un movimento rea- 


zionario come Hamas possa essere sinceramente 
contrario al “processo di pace”, dal momento che i 
suoi sostenitori, a partire dall’Arabia Saudita, sono 
fortemente coinvolti nella politica statunitense nella 
regione. Da notare anche come Hamas continua a 
ricevere aiuto dall’Arabia Saudita e da altri regimi 
reazionari nonostante lasua apparente opposizione 
alla guerra del Golfo. E perchè a quell'epoca le 
attività di Hamas erano sostanzialmente tollerate 
dall'occupazione israeliana ? 

Alla luce dei fatti menzionati si può concludere che 
la posizione di Hamas verso i colloqui di “pace" è una 
posizione tattica, che mira a sconfiggere l’OLP 
come preludio per rimpiazzarlo nella rappresentanza 
del popolo palestinese. La stessa analisi si può 
applicare alla posizionedi Hamas riguardo delezioni 
programmate nella striscia di Gaza e in Cisgiordania 
per sviluppare la versione di USA e Israele del- 
l'autoamministrazione. 

Hamas sta esitando non perchè sia realmente 
contraria a queste elezioni, ma perchè non è sicura 
di vincerle. Se dovesse perderle, sarebbe una 
doppia sconfitta: sia elettorale, sia per le sue am- 
bizioni di essere la forza maggioritaria nei territori 
occupati. Questo farebbe venir meno lasua ragione 
d'essere come alternativa all’OLP. 

I violenti scontri tra Hamas e Al Fatah a giugno nella 
striscia di Gaza erano una battaglia su chi dovesse 
controllare le strade della Palestina. Hanno marcato 
l’inizio di una fase pericolosa del lungo confronto tra 
le due forze, che al di là delle diverse giustificazioni 
politiche dei due contendenti, colpisce l’Intifada, il 
popolo palestinese e la causa nazionale. Mentre il 
solo vincitore è inevitabilmente l’occupazione 
israeliana. 

Rispetto alle future relazioni tra Hamas e le 
organizzazioni progressiste e nazionaliste 
palestinesi, molti sforzi sono stati fatti nel passato 
percondurre Hamas ad un lavoro nazionale unitario, 
coordinato dal Comando Unificato dell'lntifada. 

II Fronte Popolare ha fatto gli sforzi più seri in questa 
direzione, ed è pronto a continuare su questa stra- 
da, perchè è stato il primo a capire quanto fossero 
dannose queste contrapposizioni tra Hamas e l’OLP. 
La porta perii dialogo è ancora aperta, ma accetterà 
Hamas questo dialogo prima che sia troppo tardi? 


Tradotto da Democratìc Palestine n.51, 
settembre 1992 
Comitato dì Solidarietà con Tintifada-Miiano 


Per un movimento antagonista 
allo stato di cose presente 


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FIRENZE: DOSSIER 
SULLA REPRESSIONE 


Firenze 03\01\1 993 

CONFERENZA STAMPA 
SULL’ORDINE PUBBLICO 



La presentazione di questo mini-dossier, peraltro 
largamente incompleto, sulle azioni repressive con- 
tro i movimenti autorganizzati che si esprimono nel- 
la nostra città, vuole essere un’occasione perfar ca- 
pire a tutti quale sia il significato politico della gestio- 
ne dell’ordine pubblico nelle aree metropolitane. 

Il tempo e lo spazio sono le coordinate che meglio 
spiegano l'uso capitalistico del territorio: tutto è fina- 
lizzato allaproduzione, valorizzazione, circolazione 
delle merci. 

E' la città delle merci quella che determina i ritmi, i 
movimenti degli esseri umani. 

Esemplare rappresentazione è il centro storico di 
Firenze, regalato dalle amministrazioni che si sono 
succedute al governodi Palazzo Vecchio a Banche, 
Finanziarie, Immobiliari, Assicurazioni, Industriatu- 
ristico/alberghiera.corporazionedei grossi commer- 
cianti. Cacciati gli strati popolari in una periferia che 
diventa sempre più estesa (verso Pistoia, Pisa, Vai- 
damo...), il centro è divenuto un’enorme vetrina che 
fa affluire migliaia di miliardi nelle tasche di questo 
complesso economico/affaristico. 
Complementariamente al business turistico la città 
così ridisegnata ha fatto la fortuna degli strozzini 
che gestiscano il mercato nero degli alloggi e di nar- 
cotrafficanti e gestori della prostituzione. Sono que- 
ste le merci che diventano protagoniste nel centro 
cittadino quando i negozi chiudono i battenti: è l'al- 
tra, inevitabilefacciadella Firenze "bottegaia, razzista 
e macellala” denunciata a suo tempo dal movimento 
della Pantera. 

Inquestadimensione il problemadell’ordine pubblico 
è, come tradizionalmente nel nostro paese, un pro- 
blemapolitico e non civile esodale. La Questura ha 
il comando reale sul territorio, ad essa delegato dal- 
le lobbies e dalle consorterie massoniche che ge- 
stiscono la spartizione della torta economica. Il 


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gennaio 1993 
Giornale telematico 




ecn milano 


problema è quindi costituito dall'azione di tutti quei 
movimenti (lotta perla casa, centri sociali, solidarietà 
con gli immigrati, azione diretta contro le produzioni 
tossiche e nocive) che si battono per lasoddisfazione 
dei bisogni sociali e dei diritti collettivi; movimenti la 
cui pratica non è omologabile con quella delle 
lottizzazioni, delle compatibilità, degli intrallazzi 
partitici, della mercificazione di tutto. 

Il potere esecutivo diventa quindi potere politico, 
istituisce corpi speciali (Digos per la polizia e Ros 
per i carabinieri) a cui viene data, extralegis, carta 
bianca nell’esercizio del potere. I movimenti vanno 
permanentemente indagati, inquisiti, intimiditagli va 
fatto capire che ogni azione sociale è passibile di 
conseguenza giudiziaria; che chi è delegato all'ordine 
pubblico può esercitare qualsiasi forma di violenza. 
Esercizio quotidiano dell'ordine pubblico diviene 
quindi rubare ogni mattina il foglio murale di Comu- 
nicazione Antagonista dalla bacheca di via di mezzo, 
annotare i numeri ditargadeifrequentatori dei centri 
sociali, porre sotto intercettazione decine di telefoni, 
diffidare datori di lavoro che hanno alle loro dipen- 
denze autonomi o loro conviventi, passati e presenti. 
E’ questa la routine affidata negli ordini di servizio 
della Questura alla varie pattuglie (in sigla Dg X, 
dove X sta per il numero dell'equipaggio). Eppure 
tutti possono rendersi contoche altri sono i problemi 
di questa città, dove vengono insabbiate indagini 
sulle pubbliche ruberie quali lo Stadio Mondiale, 
l'invaso di Bilancino, la gestione dei rifiuti urbani, le 
pietre di Piazza Signoria, le Usi che hanno fatto 
crescere oltre ogni misura iltraffico (analisi, interventi, 
terapie...) degli istituti e cliniche private, lo scandalo 
delle case per anziani... Certo per chi governa non 
sono questi i problemi, come non lo sono la specu- 
lazione edilizia favorita dal potere politico; il narco- 
traffico favorito dalla legislazione proibizionista; il 
dilagare dei delitti a sfondo sessuale e del razzismo, 
puntualmente impunito come il famoso raid di Car- 
nevale". Si lanciano crociate liberticide contro gli ex- 
tracomunitari e i nomadi e non s'indaga su chi lucra 
sulla clandestinità degli extracomunitari o su chi 
gestisce la ricettazione dell’oro rubato dai nomadi. 
Ne conseguirebbero piacevoli sorprese per una 
città che ha visto coincidere la propria ripresa eco- 
nomica con il crescere dei proventi derivati dal com- 
merciodi cocaina ed eroina, con una lungastagione 
di lavori pubblici, con una diffusa ed integrale evasio- 
ne fiscale... 

Del resto l'haaffermato recentemente, in occasione 
della locale Festa della Polizia, anche il Questore 
Rapisarda che l'infiltrazione mafiosa non è un 
problema che riguarda direttamente Firenze... 

Firenze, 03.01.1992 

c.i.p. Centro di Comunicazione Antagonista 

via di mezzo 46 


Firenze 

CRONOLOGIA DELLE INIZIATIVE 
REPRESSIVE CONTRO I MOVIMENTI 
SOCIALI, AVVENUTE DAL GENNAIO 
1991 AL DICEMBRE 1992. 


Invitiamo tutti i soggetti sociali a comunicarci sol- 
lecitamente gli episodi mancanti nonché eventuali 
nuove azioni repressive. 

25\1\91 : Chelazzi cita con il rito della 

direttissima 11 compagni, incriminati sulla base di 
una identificazione visiva della polizia per il reato di 
divulgazione a mezzo stampa di atti di un proce- 
dimento penale, comincia la farsa che accompagna 
il sequestro della posta indirizzata al Centro di Co- 
municazione antagonista. Il processo non si tiene 
non rientrando, come pretendeva Chelazzi, nei casi 
previsti per la direttissima. 

FEBBRAIO 91 Dal processo per il reato di 
divulgazione a mezzo stampa nasce un ulteriore 
processo, sempre contro gli stessi 1 1 compagni, 
per il reato di stampa clandestina, oggetto del “re- 
ato” il comunicato stampa diffuso dal centro in oc- 
casione della conferenza stampa in cui veniva de- 
nunciato il sequestro della corrispondenza. Il pro- 
cesso viene infine accorpato con l’altro, essendo i 
medesimi 11 imputati, l’udienza preliminare viene 
fissata per aprile del '91 

FEBBRAIO ’91 MANIFESTAZIONE CONTRO LA 
GUERRA NEL GOLFO. Alla Stazione del Campo di 
Marte il movimento contro la guerra blocca un con- 
voglio di mezzi militari. La polizia interviene sui bi- 
nari effettuando fermi e denunce. 

MARZO ’91 Dopo tre anni e mezzo di 
occupazioni viene sgomberato il Csa Indiano da un 
ingente schieramento digos e polizia, vengono 
effettuati fermi edenunce. La sera agenti in borghese 
esplodono colpi di pistola per disperdere i giovani 
che si erano radunati davanti alla palazzina del- 
l'Indiano per tenere un’assemblea. 

16\4\91: All’alba del 16 aprile oltre due- 

cento agenti di PS e CC, accompagnati dal solito 
schieramento DIGOS OCCUPANO MILITARMEN- 
TE IL QUARTIERE DI Santa Croce, l'obbiettivo è 
quello di sgomberare tre appartamenti occupati da 
famiglie, i compagni tentano una resistenza allo 
sgombero, ne nascono tafferugli, la polizia picchia 
duro, tre giovani devono ricorrere alle cure degli o- 
spedali, mentre gli appartamenti vengono sgom- 
berati. In seguito agli incidenti, successivamente 1 3 


Per un movimento antagonista 
allo stato di cose presente 


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ecn milano 


giovani saranno denunciati per blocco stradale e a 
1 viene attribuito il reato di resistenza a pubblico 
Ufficiale. 

Aprile 91 : Si svolge l’udienza preliminare 

nei confronti degli 11 imputati del processo per 
divulgazione arbitraria di atti di procedimento pena- 
le, ilgiudice delle istanzapreliminari Minnariconosce 
agli imputati di avere agito nell’ambito dei propri di- 
ritti. Il PM Chelazzi inoltra immediatamente richiesta 
di appello. 

1 3 \5\91 : Sfrattoconintervento“armato”di 

agenti speciali nei confronti di Amleto Celiai, "Lupo", 
dopo lo sfratto il Celiai subisce percosse da agenti 
di PS, ma uscito dailaquestura rientra regolarmente 
a casa. 

1 6\5\91 : Processo in Pretura per il reato di 

occupazione abusiva ad Andrea e Ginetta, occupanti 
del “quadrilatero”, lasentenzaè esemplare, 5 milioni 
di multa, tensione all’uscitadel giudice e dell'avvocato 
del Comune, un nutrito gruppo di PS E CC “scortano” 
all’uscita queste persone, identificano il pubblico. 

1 7\5\91 : Viene tentato lo sgombero di due 

appartamenti di VIA MANNI, occupati da oltre un 
anno. La locale stazione dei carabinieri si trova di 
fronte oltre 100 persone (abitanti della zona, movi- 
mento per la casa, compagni) che lo impediscono in 
modo vivace, e i carabinieri sono costretti ad an- 
darsene. 

Giugno ’91 : Durante tutto il periodo del con- 

vegno internazionale sull' AIDS si intensificano i 
controlli polizieschi, numerosi sono i casi di persone 
fermate e trasportate in questura senza motivo. 

Luglio ’91: SisvolgeaTirreniauncampeggio 

contro la Base di Camp Darby, in seguito ad una 
iniziativa davanti al CRESAM, centro di ricerche per 
applicazioni militari vengono denunciati 1 5 compagni 
per adunata sediziosa e danneggiamenti. 

Luglio 91 : Ivano e Lorenzo vengono rinviati 

a giudizio per resistenza e lesioni a pubblico ufficiale. 
Durante unafesta popolare contro l'eroina e per più 
spazi sociali in piazza San Pierino, festa molto par- 
tecipata, a dicembre dell’anno precedente la polizia 
intervenne violentemente alla fine della festa co- 
gliendo l’occasione offertada un balordo allontanato 
dai giovani presenti, da qui l'arresto dei due com- 
pagni, il processo è fissato perii 1 2di ottobre dei '92. 
Inutile dire che i due arrestati erano gli organizzatori 
delia festa popolare... 

8\1 0\91 All'alba viene sgomberato il CSA 


la JUNGLA in via Bolognese, il Csa era stato oc- 
cupato il mese precedente dai giovani già sfrattati 
dal CSA l’Indiano. Agli occupanti che vengono de- 
nunciati, viene negato perfino il diritto di telefonare. 

1 5\1 0\91 : Vienesgomberata“superJungla” 

in via de’ Cimatori, occupata tre giorni prima in ri- 
sposta allo sgombero della Jungla. 

Nelle ore che anticipano l’irruzione notturna della Di- 
gos, una decina dì giovani gravitanti attorno al Cen- 
tro vengono sequestrati, senza apparente motivo, 
dalla Questura; saranno rilasciati solo a sgombero 
effettuato, nella tarda mattinata del giorno dopo con 
denunce e diffide. 

7\1 1 \91 : Vienetagliatal’acquainViaAldini, 

stabile occupato e ristrutturato dai senza casa, oltre 
40 persone si trovano da un giorno all’altro senza 
acqua. Due giorni dopo il 9 di novembre gli occupanti 
di Via Aldini sostenuti dal Movimento di Lotta per la 
Casa vanno a “LAVARSI” alla USL responsabile del 
taglio dell'acqua, la USLdi viaG. D’Annunzio, arriva 
la DIGOS chetenta di identificare i presenti, dopo un 
lungo braccio di ferro il responsabile sanitario della 
USL è costretto a riattaccare l'acqua. 

1 1 \1 1 \ 91 : Non si vuole proprio dare uno 

spazio ai giovani della Jungla che vengono siste- 
maticamenete sgomberati anche dallo spazio oc- 
cupato in Via Nazionale, nel giorno dei "drappi neri” 
in San Lorenzo contro la criminalità si sgombera l'u- 
nico spazio giovanile della zona, in via Faenza. 
Mentre la polizia pattuglierà per più di una settimana 
lo stabile, arrivano nuove denunce. 

1 5\1 1 \91 : L’assessorato alla Casadenuncia 

aderenti al Movimento per la Casa perf urto. La ridi- 
cola accusa è di aver fatto sparire un timbro e una 
chiave alcuni giorni prima durante una mobilitazione 
all'assessorato stesso, protagonista della denuncia 
l’architetto Brunori, il quale evidentemente non sa 
più che pesci pigliare... 

17\11\91 : Si svolge il processo a 8 giovani 

dell’Accademia denunciati dal prof. Giovanelli per il 
reato di occupazione, e nel caso di uno per violenza 
privata. Vengono prosciolti tutti tranne Franchino 
che viene comdannato a quattro mesi per violenza 
privata. 

29\11\91 : Un esercito di polizia, carabinieri, 

agenti DIGOS sgombera 11 appartamenti al Gal- 
luzzo. 

30\11\91 : in risposta allo sgombero del 

Galluzzo una quarantina di aderenti organizzano 
una protesta alla Pretura e al Comune. In Comune 


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sono i vigili urbani a provocare: Arianna, Andrea, e 
Enrico vengono denunciatiper minacce a Pubblico 
Ufficiale e imbrattamento murale (?!). 

7/12/91 : Viene contestata a Fucecchio la 

visita del fascista Fini per inaugurare una locale 
sezione. 14 denunce contro altrettanti compagni 
con l'accusadi adunata sediziosa, e manifestazione 
non autorizzata, danneggiamento. 

14\12\91 : Nella notte tra sabato 14\12 e 

domenica 1 5\1 2 nell’ambito della tre giorni 
organizzata dall’Agenzia di Comunicazione 
Antagonista COMUNICAZIONI\OPPOSIZIONI 
alcuni graff itisti vengono fermati dalla polizia. Uno 
viene accompagnato in questura, viene malmenato 
e denunciato per imbrattamento. 

15\1 2\91 : Viene denunciato un pestaggio di 

un detenuto all’Interno del carcere di Prato, il dete- 
nuto, sieropositivodenunciadiesserestato picchiato 
da oltre trenta agenti di custodia. 

21\12\91 : Ancora un altro processo per 

occupazione, questa volta vengono processati Luigi 
e Giovanna, sempre occupanti del quadrilatero, il 
processo sarà rinviato al 12 di marzo, 
il 12 di marzo il processo sarà nuovamente rinviato. 

22\1 2\91 : Carcere di Sollicciano: Le dete- 

nute denunciano l'intervento di squadrette di pe- 
staggio per sedare le proteste interne relative al 
mancato funzionamento dell'impianto di riscal- 
damento. 

Gennaio 92 : La corte di Appello riesamina il 

famoso processo posta e decide di rinviare i compa- 
gni a giudizio, la precedente decisione di proscio- 
glimento del giudice Minna è cancellata, il processo 
è fissato per il 28 di aprile. 

14\1\92 : Viene sgomberato il Campo no- 

madi delPOImatello, alla brillante operazione par- 
tecipano PS, CC e ovviamente vigili urbani. Si agi- 
sce nonostante un'ordinanzadisospensione emessa 
dal TAR della T oscana e vengono incendiate le rou- 
lotte. 

22\1\92 : Sgombero poliziesco dello spazio 

occupato BUBU SETTE e della casa occupata 
adiacente. Durante lo sgombero un gio-vane 
occupante viene percosso da agenti DIGOS. 

21\2\92 : Polizia e DIGOS ritentano lo sfrat- 

to al "lupo" di via Fiesolana, Amleto Celiai e sua ma- 
dre, una donna di 85 anni si barricano in casa. La 
polizia interviene di forza e “prende” il Lupo, dopo il 


Lupo viene ricoverato in ospedale per le percosse 
subite. Comunque alla fine della “battaglia” al Lupo 
viene assegnata finalmente una casa. 

Febbraio ’92 : 5 compagni di Empoli e Firenze 

vengono processati per l’occupazione del Parco 
Mariambini a Empoli, il processo non si farà perchè 
la proprietà decide il ritiro deila querela. Si trattava 
di una lotta popolare contro la cementificazione e 
per ottenere uno spazio verde . 

Marzo 92 : Sononotificateaseigiovanioccu- 

panti di casa altrettante denunce per l’occupazione 
dello stabile in via del Gig lio, il processo è fissato per 
il 30 giugno. 

25\3\92 : Udienza preliminare contro i gio- 

vani del CSA INDIANO denunciati per i reati di in- 
terruzione di pubblico serviuzio e danneggiamento, 
il processo si svolgerà il 16\12\92 

7\4\92 : Si svolge in un clima poliziesco 

l'udienzapreliminare nei confrontideitredici imputati 
per i fatti di via di Mezzo, ovvero per la difesa delle 
case occupate, i giovani vengono tutti rinviati a giu- 
dizio, il processo è fissato per luglio del '93. Ad un 
compagno, che in quanto imputato anche di resi- 
stenza (per gli altri il reato è di blocco stradale ) 
sceglie il rito abbbreviato e viene condannato a 2 
mesi 

1 3\4\92 : Sono pervenute a 8 giovani del 

CSA la JUNGLA altrettante denunce per l’occupa- 
zione del cinema Nazionale, il reato contestato è 
occupazione arbitrariadi edificio privato. Il processo 
si svolgerà il 3\7\92 

1 3\4\92 : Vengono citati a giudizio per l’oc- 

cupazione della Facoltàdi Scienze Politiche tre stu- 
denti, accusati di avere tenuto la facoltà aperta in 
orario non consentito abusivamente, e nel caso di 
uno per violenza privata. 

1 7\4\92 : Il direttore del carcere di Sollic- 

ciano Quattrone denuncia per diffamazione Orietta 
Lunghi di Rif. Comunista. 

Paola Cecchi dei verdi, Stefano Neri della rivista 
Antigone, Pio Baldelli docente della facoltà di Ma- 
gistero. 

24\4\92 : Carceredi Sollicciano: Ungruppo 

di detenute si autodenuncia per il reato di diffama- 
zione e si ritengono disposte a testimoniare dinanzi 
al giudice sulle condizioni di vita nel Carcere. 

25/04/92 : A Fucecchio una mobilitazione di 

zona antifascista viene proditoriamente aggredita 


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Per un movimento antagonista 
allo stato di cose presente 


ecn milano 


da ps e carabinieri. I poliziotti picchiano con i man- 
ganelli impugnati alla rovescia. Le foto documentano 
l'accaduto, ma 9 compagni vengono denunciati, in- 
credibili gli otto capi d’accusa affibbiati. 

28\4\92 : Il processo per il seque-stro della 

posta viene rinviato permotivi procedurali al prossimo 
3 dicembre. 

Aprile 92 : Un gruppo di alloggiati in pensione 

(sfrattati dalie case precedentemente) protesta de- 
cisamente contro il provvedimento dell’1 ufficio casa 
del Comune di Firenze. Si appoggiano al Movimento 
di Lotta per la Casa, dato che i vari sindacati degli 
inquilini li avevano in precedenza scaricati. La DIGOS 
apre un'indagine sugli alloggiati in pensione.... 

9\5\92 : Durante un Sit\ln del Movimento 

per la Casa interviene la Digos e la polizia, che vo- 
gliono per"forza” assistere alla discussione fra sen- 
za casa e Assessore.. 

11/5/92 : l’agente di polizia giudiziaria Sbra- 

ci, fuori da ogni regola e legge, arbitrariamente con- 
voca, per telefono, diverse persone minacciando 
azioni penali nel caso non si presentino. A chi non 
si presenta cerca di improvvisare un interrogatorio 
telefonico: chiede a tutti le modalità della manife- 
stazione tenutasi davanti al carcere di Sollicciano, 
regolarmente autorizzata, e l’eventuale adesione al 
Centro di Comunicazione Antagonista. 

2/06/92 : Si svolge una manifestazione del 

CSA EX-EMERSON nel centro cittadino, dopo es- 
sersi recati in Comune i giovani si recano sotto la 
sede della proprietà. Qui interviene la DIGOS che 
identifica alcuni giovani e minaccia i presenti. 

11/06/92 : Un giovane del CSA EX EMER- 

SON viene denunciato dal P.G. Alessandro Nencini 
per affissione abusiva. 

14/06/92 : In tutta Italia scoppia la rivolta 

nelle carceri contro i provvedimenti restrittivi appena 
approvati dal Consiglio dei Ministri. 

20/06/92 : OccupatodaigiovanideICSAEX 

EMERSON, con il sostegno attivo degli abitanti 
della zona il GIARDINO 

PRIMAVERA : Nonostante l'appoggio incondi- 

zionato del quartiere intero DIGOS e Vigili Urbani 
intraprendono numerose incursioni. 

29/06/92 : Viene rinviato il processo ai 6 oc- 

cupanti di Via Del Giglio. La mancata notifica è la ca- 
usa del rinvio. Il processo si svolgerà il 13.01.92. 


2/07/92 : La festa organizzata dal Centro 

di Comunicazione Antagonista in Piazza Santo Spi- 
rito finisce con la polizia che circonda la piazza. Sin 
dalle 19 vigili e carbinieri ostacolavano il normale 
svolgimento della manifestazione. 

L’arrivo di numerose pattuglie e le minacce dei CC 
non impedivano al Centro di Comunicazione di svol- 
gere la festa sino alPorario prestabilito. 

6/07/92 : Viene rinviato il proces-so ai 

giovani del CSA LA JUNGLA per l’occupazione del 
CINEMA NAZIONALE, ilprocressosi svolgerà il 13 
febbraio del 1 993. 

13/07/92 : Protesta di massa del Movimento 

della Casa in Consiglio Comunale, volano numerose 
spinte e qualche schiaffo con i vigili urbani. 

27/07/92 : A Sesto Fiorentino, Polizia e DI- 

GOS in forze per sgomberare "una famiglia occu- 
pante” in viale Togliatti. 

L’arroganza delle forze dell’ordine non ha limiti. 

30/08/92 : Pervengono a sei militanti dei 

Centro di Comunicazione Antagonista gli avvisi del 
processo sui fatti del 17 luglio 1986 durante le 
violente cariche dei CC CONTRO I MAN FESTANTI 
ANTINUCLEARI, i reati son di blocco stradale per 

1 0 imputati edi violenzae lesioni aggravate per uno. 

10/09/92 : Il Comune di Firenze vieta piazza 

Santa Croce al Movimento di Lotta per la Casa e al 
CSAex Emerson. La piazza dopo numerosepreeioni 
e presenze in Consiglio Comunale viene concessa 
ma solo sino alle ore 22. 

22/09/92 : Viene vivacemente contestato il 

segretariogeneraledellaCGlLBrunoTrentin. Mass- 
media, magistratura, sindacati e PDS accompagnati 
dalla solita DIGOS attaccano violentemente l’area 
autonoma e antagonista, scagliandosi in particolare 
con i compagni riconosciuti per il loro impegno tra iu 
lavoratori autorganizzati. L’"Unità’’grida al complotto 
e invita ai mandati di cattura. Ma le piazze di tutta Ita- 
lia nei giorni successivi confermano la rabbia operaia 
neiconfronti deisindacati venduti. Comunque DIGOS 
E MAGISTRATURA aprono un inchiesta di massa 
contro i compagni. 

1 2/1 0/92 : In un clima poliziesco si svolge il 

processo contro Ivano e Lorenzo peri fatti avvenuti 

11 15 die. del 1991 alla fine di una festa che aveva 
liberato Piazza San Pierino perdue giornidal mercato 
dell’eroina, i due compagni sono condannati a 6 
mesi (lorenzo) e a 4 mesi (Ivano) per i reati di lesioni 
e resistenza a pubblico ufficiale. 


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gennaio 1993 
Giornale telematico 



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15/10/92 : Un compagno viene incredibil- 

mente fermato dalla DIGOS di fronte al posto di 
lavoro, numerose le proteste dei dipendenti della 
Regione contro questo inaudito fermo. 

20/10/92 : A un compagno molto conosciuto 

per il suo impegno del posto di lavoro in ferrovia 
viene notificato un mandato di perquisizione in 
merito agli episodi di contestazione di massa al 
paraculo Trentin. La DIGOS non trovadi meglio da 
fare che perquisire la stazione di Campo d Marte e 
la sua Biglietteria alla ricerca dei “bulloni". 

22/10/92 : li medesimo compagno viene 

denunciato dalla Pretura presso la Procura per 
l’occupazione di uno stabile da parte della “pantera 
universitaria" dopo l’interrogatorio il compagno 
viene scagionato. 

28\1 0\92 : 19 Compagni di Firenze, Pisa e 

Empoli vengono citati a giudizio per i reati di oltraggio 
a pubblico ufficiale, mentre nei confronti di uno i reati 
contestati sono oltre all’oltraggio di violenza a pub- 
blico ufficiale e danneggiamento. Le denunce par- 
tono dalla magistratura pisana e sono relative al 
“campeggio di lotta per la chiusura della base USA 
DI CAMP DARBY” del luglio 1 990, al termine di una 
festa\concerto a Marina di Pisa partì una provo- 
cazione di alcunifascistellicon cariche deicarabinieri 
di seguito, e ora anche le denunce. L'udienza 
preliminare si svolgerà il 5 di maggio a Pisa. 

17\11\92 : Viene rinviato a Bologna il proces- 

so agli antinucleari. Il processo è preceduto da 
numerose iniziative di solidarietà.! comuni liomitrofi 
alla ex-reatttore si schierano compatti con i militanti 
antinucleari. Il processo è rinviato al 27 di gennaio 
a Bologna. 

17\11\92 : Dopo due giorni di occupazione 

di una villa di proprietà del Comune di Bagno a Ri- 
poli, martedì 17 nov. carabinieri e vigili urbani “se- 
questrano" lavilla stessa, glioccupantichetornavano 
da un tentato incontro con il Comune si trovano uno 
scenario incredibile. Alla richiesta dì spiegazioni da 
parte dei giovani occupanti vigili e carabinieri ri- 
spondano con violenza: addirittura due occupanti 
vengono arrestati, i reati contestati violenza e resi- 
stenza a pubblico ufficiale. Dopo tre giorni Andrea 
e Mariella escono dalcarcere di Sollicciano, Rimane 
la gravità dell’arresto e 150 persone manifestano il 
sabato successivo. 

25\11\92 : DuegiovanissimiaderentiaICSA 

EX EMERSON vengonofermatidalla DIGOS davanti 
al Centro Sociale. E' abitudine della locale DIGOS 
girovagare la sera intorno al Centro Sociale, così 


come è abitudine passare tutte la mattine davanti al 
Centro di Comunicazione Antagonista e staccare i 
manifesti del Centro stesso. 

3\1 2\92 : Inunclimadimassicciapresenza 

poliziesca si svolge il processo MAGISTRATURA- 
CENTRO DI COMUNICAZIONE ANTAGONISTA, il 
processo è relativo alle proteste dei compagni nei 
confronti dell’illegittimo provvedimento di sequestro 
preventivo della posta in arrivo al Centro stesso. 
Sequestro ordinato dal Procuratore Vigna. Ilgiudice 
chiede l'acquisizione agli atti sulla motivazione del 
sequestro, il processo viene quindi rinviato al 13 di 
febbraio. 

1 2\1 2\92 : In tutta Italia si manifesta contro 

razzismo e fascismo nell'anniversario della strage 
di stato. A Firenze duemila giovani sfilano in centro 
con parole d’ordine chiare sull’antifascismo militante. 
Una provocazione di due pistoleri che solo succes- 
sivamente si qualificano come carabinieri viene rin- 
tuzzata dall’intero corteo, che si svolge senza 
incidenti. 

Finedicenbre : Alcuni compagni sono “avvertiti” 

di una informazione du garanzia nei loro confronti, 
dopo qualche giorno si capisce la portata della 
montatura. In relazione ai fatti del 12 dicembre a 
quattro compagni vengono notificati i reati di resitenza 
e minacce a pubblico ufficiale, mentre su di uno 
l’accusa è più grave: minaccia a mano armata, 
inutile dire che i 5 compagni sono tutti del Centro di 
Comunicazione Antagonista e straconosciuti poer il 
loro impegno sociale antagonista. 


Da gennaio in poi con il ritmo di uno o due al mese 
si svolgeranno i processi nei confronti dei compagni 
peri numerosi reati contestati. FACCIAMO APPELLO 
A TUTTI AFFINCHÉ' CESSI IL CLIMA DI PROVO- 
CAZIONE IN CITTA. SOLO LA SOLIDARIETÀ' DI 
TUTTI PUÒ FERMARELASPIRALE REPRESSIVA. 


CON DOVIZIA DI PARTICOLARI, 
PER LA LIBERTA' DI ESPRIMERSI E DI 
COMUNICARE I COMPAGNI DEL: 

CENTRO DI COMUNICAZIONE ANTAGONISTA 
VIA DI MEZZO 46 - TEL. 241881 


Per un movimento antagonista 
allo stato di cose presente 


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ecn milano 


IL DISCORSO 
DELLA NUOVA DESTRA 
TRA "TENDENZE" 
E I NAZIONALBOLSCEVICHI 



1. E’ uscito da poco il n. 12 di Tendenze, rivistina 
criptof ascista che ne! recente passato ha cercato di 
cavalcare ogni possibile ondata subculturale, dal 
cyberpunk al revival "prò situ”che banalizzava -con 
una pratica di citazionismo recuperante - gli scritti di 
Guy Debord disinnescandone la carica sovversiva. 
Nel panorama della Nuova Destra Tendenze - a 
differenzadiElementioTrasgressioni, riviste teoriche 
di maggior respiro - è più che altro una fanzine, 
strizza l’occhio all’underground, parla di Post - 
Human e realtà virtuali (con l'usuale sciatto corollario 
difilmografie e bibliografie “cyber"), di arte e cinema 
(sbatte in copertina il culo della tipa di Tokyo Deca- 
dence, dedica un articolo a Batman...). La sua 
caratteristica più rilevante è quella di affrontare 
argomenti talmente generici da rendere arduo il 
disvelamento “dasinistra” dell’ideologia reazionaria 
di fondo. E’ il confusionismo che da anni inficia le 
elaborazioni teoriche antagoniste e controculturali a 
permettere alla N.D. di nascondersi dietro 
formulazioni ambigue e presentarsi come 
rivoluzionaria e “postideologica’’: non dev'essere 
difficile sfruttare la debolezza di un avversario che 
ancora nel 1993 sembra non aver capito nulla del 
postmoderno e dei processi (oggi dispersivi e 
‘frattali”) di valorizzazione della merce - spettacolo! 
Un esempio dei limiti del dibattito: va sicuramente 
detto che la destra radicale non ha mai inventato 
nulla, limitandosi a recuperare e corrompere le 
forme di espressione - comunicazione dei movimenti 
REALMENTE antisistemici (la forma organizzativa 
del"Fascio", la bandiera nera degli anarchici...). 



gennaio 1993 
Giornale telematico 



ecn milano 


Questa verità è già contenuta tutta nel termine 
“controrivoluzione", e dovremmo insospettirci quan- 
do sentiamo l'immacoiato Marco Tarchi o chi per lui 
prendere le distanze dalla “destra classica", dalla 
“destra tradizionale": noi sappiamo che NON ESISTE 
UNA DESTRA “CLASSICA"; nel corso del XXsecolo 
i fascismi - che si presentassero come movimenti o 
come regimi - hanno instaurato una tradizione mu- 
tagena, sempre rimanipolabile; non hanno mai avuto 
forme “pure” di discorso, sempre aperti a rappre- 
sentare le trasformazioni nel rapporto di capitale 
(quando al potere, nei linguaggi del Diritto e della 
Propaganda; quando aH"'opposizione", nella tenzone 
ideologica). 

L’informe “area storica" della destra radicale ha ru- 
minato imperturbabile prima il sansepolcrismo (la 
retorica socialisteggiante e anticlericale), poi Hegel 
filtrato da Gentile, ma anche il misticismo paganeg- 
giante, l'Idealismo magico"di Evola e l’oscurantismo 
di Meister Eckhart, e poi - finissima acrobazia! - il 
tradizionalismo cattolico (en passant, Maurizio Boc- 
cacci simpatizza con gli scismatici del fu - Monsi- 
gnor Léfebvre), passando nel frattempo daH'impe- 
rialismo eurocentrico e conclamatamente razzista 
al “culturalismo antropologico” post - Lévi - Strauss, 
fino all’apparente antioccidentalismo. Un eclettismo 
talmente spericolato datarci dubitare dell'esistenza 
di “modelli” a cui ricondurre le odierne teorie della 
Nuova Destra o da cui essa possa prendere le di- 
stanze. 

[ ciò non significa fare di tutte le erbacce un fascio, 
poiché c’è una grossa differenza tra Elementi e il 
buzzurro che si scalda le chiappe con le stufette di 
via Domodossola: la differenza che c'è tra la Nuova 
Destra e il neonazismo. E ancora, c'è un’enorme 
differenza tra il- neonazismo di strada e quello del 
Fronte Nazionale] 

Ma stavo facendo un esempio: tutto ciò va sicu- 
ramente detto, ma non basta se non ci si inquadra 
nelcontestogeneraledeirapportitra istanze politiche, 
economiche e ideologiche; il contesto della sussun- 
zione reale della parola allo spettacolo. “Il potere vi- 
ve di ricettazione. Non crea niente, recupera [...] La 
presa del linguaggio da parte del potere è assimi- 
labile al suo impadronirsi della totalità” (I.S., “Les 
Mots Captifs"). Con la postmodernità - che non è, 
come pensano glistolti, unadominante culturale nè, 
come pensano i “progressisti”, il rifiuto della moder- 
nità, bensì lo statuto assunto dal sapere nel momento 
in cui diviene forza produttiva, cfr. Jameson, Lyo- 
tard. , l'accento del dominio di classe si è spostato 
dal reperimento del consenso - la fase del Politico 
- ai meccanismi di recupero della critica nell’inno- 
vazione controllata deH'immagine sociale e del lin- 
guaggiodominante; insomma, il recupero della sov- 
versione nel Codice, la fase del dominio transpolitico, 
della sovrapponibilità tra media e istituzioni. 


La Nuova Destra così non può essere considerata 
solo un’area di dibatt ito, un'esoterica correnteteorico 
- politica: essa incarna perfettamente le caratte- 
ristiche dell’innovazione dello spettacolo, forgia di- 
scorsi di guerra che rielaborano in forma "nobile” ciò 
che la "gente” già pensa (es. cita il Lévi Strauss di 
"Razza e storia" per dire che "ognuno deve stare a 
casa sua”, e lo chiama “antirazzismo differenzia- 
lista”!). Discorsi che, nelle diverse forme “nobili" o 
“ignobili”, si spandono a macchia d’olio in tutti gli 
ambiti, dal Bar Sport alle aule universitarie a quelle 
di tribunale. Seguire la Nuova Destra non è quindi 
una perdita di tempo, l’espressione di una vis spe- 
culativa da intellettualini: i miserabili artìcoletti di 
T endenze sono veri e propri microcosmi della società 
dello spettacolo, che spaccia per “vera vita" la mera 
sopravvivenza e presenta la banalità quotidiana 
illuminandola incessantemente con riflettori mitici. 

Difatti, su quest’ultimo numero, compare un articolo 
di Marco Tarchi, tra l’altro direttore di DIORAMA 
LETTERARIO e TRASGRESSIONI - rivista su cui 
ha scritto anche il grottesco e ubiquo Bifo -, dal titolo 
“La comunità e i suoi nemici” e dal sottotitolo “Il na- 
zionalismo tra sogni di liberazione e tentativi di 
egemonia". Articolo che meritaqualche commento. 
Nella visione della Nuova Destra - di cui Tarchi è in 
Italia il massimo esponente - una minaccia incombe 
sui nostri “stili di vita" e sulla "espressione vivente 
dei popoli”: è la “mondializzazione”, l’omologazione 
delie culture, il cosmopolitismo, - orrore magno! - il 
meticciato. Esiste una mitica e primeva "identità 
comunitaria” vivificata dalla 'fierezza di tradizioni 
storiche riscoperte". Ma l’odierno nazionalismo, a 
differenza di quello del XIX e XX secolo (secondo 
Tarchi "espressosi essenzialmente in quanto "de- 
siderio di comunità”, come contenimento dell’indi- 
vidualismo e deisuoi esiti potenzialmente dissolutivi 
attraverso l’enfasi posta sulla supremazia del dato 
collettivo”, sic!), “pare invece connotato, sotto la 
scorza della retorica populista, da una consistente 
dose di egoismo sociale e dal desiderio di mantenere 
la semplice tutela degli interessi immediati d'ordine 
materiale", e “non è certamente l’antidoto ai mali 
della planetarizzazione”. 

Insomma si vagheggia, in un delirio condito di sote- 
riologia, un nazionalismo nobile, purificato dalle sue 
"bivalenze", sganciato dalla grettezza degli interessi 
materiali, che sia "appello alla comunanza di destino 
diunpopolo”e“risorgenzadellospiritocomunitario", 
“in alternativa alla microframmentazione indotta dal 
pluralismo". Un’utopia volkische, di modernismo 
reazionario, in cui non ha naturalmente posto alcuna 
analisi di classe. Ma è necessario un attento lavoro 
di esegesi e scomposizione del testo per estrarre 
questosuccodall’esposizioneapparentemente “neu- 
tra” di Tarchi, ad un tempo sottile e grossolana, un 


Per un movimento antagonista 
allo stato di cose presente 


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ecn milano 


capolavoro di understatement. 

La cazzata degli “opposti estremismi", degli estremi 
che si toccano, etc. - portata a dignità teorica da 
Hannah Harendt e da tutti i successivi discorsi sul 
“totalitarismo" - non è che la descrizione STRUM- 
ENTALE di unasituazione in realtà non infrequente; 
Jean Pierre Faye, in alcune opere dove a scanso di 
equivoci veniva rigettato qualsiasi tentativo di 
assimilare violenza rossa e violenza nera, descriveva 
lo scambiarsi di alcuni "enunciati” tra comunisti e 
destra nazionalista durante Weimar, per il tramite 
delle varie sette nazionalrivoluzionarie, nazional- 
bolsceviche etc... Esisteva in Germania una"curva- 
tura dello spazio semantico proprio alleforze politiche 
[...] oltrepassata da un modo di enunciazione molto 
strano, situato proprio nella parte centrale che col- 
lega i poli estremi senza passare dal centro [...] Un 
“campo di forze”; non una zona di chiacchiere, ma 
un luogo dove delle forze circolano e oscillano peri- 
colosamente, fra due poli incompatibili” (Critica ed 
economia del linguaggio, Cappelli, Bologna 1979). 
Nazionalrivoluzionari come Ernst Junger erano 
considerati, da benpensanti e conservatori, persino 
“aldi là”dei nazisti, ancora più inquietanti e pericolosi. 
Ancora più “a sinistra” di Junger - stiamo sempre 



parlando di uno “spazio vuoto" tra i poli estremi, di 
un "altrove" rispetto al discorso politico ufficiale - , 
c’era il "Nazionalbolscevismo” di Ernst Niekitsch, 
intenzionato a combattere la KPD alleandosi però 
con l'Armata Rossa - e questa era anche la posizione 
deiPestrema sinistra" della NSDAP, di quell'otto 
Strasser a cui si ispirano oggi quelli di Orion - . 

E ancor più "a sinistra”, fino alla contaminazione 
degli enunciati, stava la scheggia impazzita Richard 
Scheringer.uomo-simbolodellapropagandanazista 
che nel 1931 passò da Hitler al Partito Comunista 
poiché ritenevaquest’ultimo più intenzionato a lottare 
“per la liberazione nazionale e sociale del popolo 
tedesco”. E qui sta il punto, secondo Faye: 

"In qualche modo egli accredita così all’estrema 
sinistra il sintagma “nazionalsociale”. Tentando di 
SPOSTARE LA CREDIBILITÀ’ dei nazisti a profitto 
dell'estrema sinistra marxista e affermando che il 
nazismo è troppo 'pacifista' ai suoi occhi, in rapporto 
ai mezzi violenti necessari ad una RIVOLUZIONE 
NAZIONALE, in effetti opererà a sua insaputa a 
vantaggio del polo stesso da cui si è appena 
allontanato [...] Egli tende a dimostrare che l’impero 
del nazionalsociale si estende fino al polo di estrema 
sinistra, ma che all'interno di questo campo e grazie 
al suo enunciato, i nazistifanno lafiguradi personaggi 
più ‘misurati’, meno violenti, più degni di stima e più 
rassicuranti agli occhi del piccolo borghese tedesco 
o deH'uomo del giusto mezzo” (cit.) 

Naturalmente a monte c’è il fatto che la KPD aveva 
appena rinunciato all'internazionalismo, adottando 
un "Programma di liberazione nazionale e sociale" 
approntato da Heinz Neumannpercercare di recupe- 
rare sull’avanzata hitleriana. Se il partito si fosse 
rifiutatodi accettare squallidi figuri come Scheringer 
fra le proprief ila, si sarebbe forse rallentata "l’oscilla- 
zione degli enunciati tra il polo dell’estrema sinistra 
equellodell’estremadestra”, senza ulteriori amplia- 
menti dell’accettabilità del discorso nazista. 

Ora, noi siamo in un'altra situazione e su una scala 
considerevolmente ridotta; eppure l’episodio 
dovrebbe insegnarci molte cose. Lo scambiarsi e 
confondersi dei diversi enunciati è reso oggi ancora 
più possibile, poiché sono innumerevoli gli angoli 
vuoti creati dalle curvature nello spazio transpolitico. 
Le interzone sono luoghi molto pericolosi, anche se 
è importante starci dentro. Sicuramente è da lì che 
uscirà tutto ciò che, bene o male o al di là di 
entrambi, costruirà il nostro quotidiano negli anni a 
venire, quotidiano che sarà ancora una volta nostro 
compito sovvertire. Ma per farlo dovremo essere 
lucidi, saper distinguere i nostri enunciati da quelli 
del differenzialismo identitario, saper scardinare la 
sintassi del linguaggio dominante. 


R.B., gennaio 1993 



gennaio 1993 
Giornale telematico 



ecn milano 


SUL COSIDDETTO 
"ANTIFASCISMO" 


“ Molti di noi scrittori che hanno sperimentato la 
crudeltà del fascismo e ne sono inorriditi non hanno 
ancora capito questo insegnamento, non hanno 
ancora scoperto la radice della brutalità che li 
atterrisce. Corrono sempre il rischio di considerare 
le crudeltà del fascismo come crudeltà non neces- 
sarie. Credono che per difendere i rapporti di proprietà 
non siano necessarie le crudeltà del fascismo. Ma 
per mantenere i rapporti di proprietà esistenti quelle 
crudeltà sono necessarie. Con questo i fascisti non 
mentiscono. Conquesto essi dicono la verità. Quelli 
fra i nostri amici che di fronte alla crudeltà del fa- 
scismo sono atterriti quanto noi [...] o rimangono 
indifferenti di fronte alla loro conservazione non 
possono condurre rigorosamente e abbastanza a 
lungo la lotta contro la barbarie dilagante PERCHE' 
NON POSSONO SUGGERIRE NE’ PROMUOVERE 
LE CONDIZIONI SOCIALI CHE RENDONO SU- 
PERFLUA LA BARBARIE" 

Bertolt Brecht, 

parigi millenovecentotrentacinque 


Le critiche che mi sono state rivolte a proposito del 
testo "Laprovoc/azione revisionista" non riguardano 
tanto le tesi revisioniste, che ricordo hanno trattato 
molto meglio di me Chomsky, Thion e Guillaume, 
quanto il mio attacco all’Antifascismo. Per "Antifa- 
scismo” non intendo ii semplice essere contro i fa- 
scisti, bensì quell’operazione ideologica concordata 
negli anni '20 tra stalinismo e democrazia liberale 


per svilire la natura classista e internazionalista del 
movimento proletario e sottomettere i partiti comu- 
nisti d’Europa agli interessi del blocco borghese. 

I n questi mesi si osserva la rinascita dell’Antifascismo 
che nella sua più autorevole interpretazione fu 
di.. .Togliatti! 

Sano esercizio è quindi riprendere la dialettica 
fascismo - antifascismo per... distruggerla defini- 
tivamente. Non si può decifrare l'oggi se non si criti- 
cano le fesserie del passato. 

Fa paura il disarmo della "controinformazione” in 
questi argomenti tra i compagni la cui capacità di 
guardare al passato della lotta di classe fa sì che in 
molti si accontentino del "proprio” antifascismo. 

II sistematico occultamento degli antagonismi di 
classe AUTENTICI sotto contrasti apparenti (ses- 
sismo, movimenti di liberazione nazionale, antifa- 
scismo etc.) non fa che prolungare il ridicolo tiro alla 
fune tra la sinistra e la destra democratica (social- 
democrazia e fascismo). Ogni processo al fascismo 
che non implichi anche e soprattutto la critica alla 
politica dell'età seguente (dal '45 ad oggi) e che non 
contenga e non sia una proposta politica è pura per- 
ditaditempo. “Nonsipuòcompiere nessunagiustizia 
storica se non si impegna il futuro. Non ci può essere 
nessuna responsabilità altrui e passata verso il no- 
stro presente se non nella misura in cui ve n’è una 
nostra verso l’avvenire. Scegliere una discendenza 
vuol dire scegliere una tradizione” (F. Fortini, Verifica 
deipoteri, Garzanti, Milano 1 974). Il bel libro di Pere- 
galli, L’altra resistenza, che mette in luce la repres- 
sione di anarchici, trotzkisti e bordighiani da parte 


Per un movimento antagonista 
allo stato dì cose presente 


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ecn milano 


La Resistenza non fu lotta di classe ma un tipo di 
guerra interclassista. Salutiamo quindi con piacere 
l’apparizione del neofascismo visto che lo consi- 
deriamo il prodotto tipico del capitalismo in agonia 
le cui contraddizioni interne scoppiano nella crisi ge- 
nerale. Il fascismo è usato come arma di ricatto del 
capitale in crisi. Ogni volta che il fascismo è stato 
visto come l’unico nemico del Genere Umano, il mo- 
vimento proletario si è ripiegato in un imbelle uma- 
nesimo. Ora, nondicosia questa la regola: dico cer- 
to che è questo il pericolo! 

Agitando lo spauracchio neofascista gli stati occi- 
dentali si rafforzano in vista di future "operazioni/ 
missioni di pace”, cioè guerre, l’unica vera risposta 
possibile del proletariato è l'offensiva della lotta e- 
conomica (sciopero, rifiuto del lavoro, assenteismo, 
sabotaggio, tumulto). I militonti antifascisti in carenza 
di capacità di movimento reale si creano falsi nemici 
come ripiego. La sfida che ci aspetta è di riuscire a 
non fare "incastrare” il potenziale rivoluzionario. La 
lotta realesaràneH’immediatofuturo contro lasinistra 
istituzionale che al governo tenterà di schiacciarci in 
tutti i modi (ideologicamente e all'occorrenza anche 
fisicamente) con le complicità oggettive di rafanielli 
che cercheranno di confondere le coscienze. Ci 

degli antifascisti (il "fascismo di sinistra” non è un’ 
espressione inventata da Habermas) ci permette di 
smascherare certi miti come la Resistenza, le buf- 
fonate del neorealismocinematografico ole fesserie 
de "Il Politecnico”. Anche dopo laguerra un abile cal- 
colo politico degli stalinisti spinse la sinistra intellet- 
tuale a cercare rifugio nella tradizione antifascista. 

“Nel paese dove non si era trovata più di una doz- 
zina di professori universitari capaci di rifiutare ilgiu- 
ramento di fedeltà al Fascio era assurdo parlare di 
epurazione di letterati, che così furono promossi d’ 
ufficio al grado di resistenti. Ma, e questo fu più gra- 
ve, si contribuì perciò ad oscurare, ritardare, bloccare 
e finalmente stravolgere il discorso storico-politico 
sul fascismo. E sull’antifascismo." (Fortini, cit.) Non 
è un caso che ci siano voluti vent'anni perchè venis- 
se pubblicata in Italia una storia della guerra di Spa- 
gna. E anche in Francia l'antifascismo, non solo non 
riuscì ad evitare lo scoppio della guerra ma in effetti 
avallò l'Intervento in chiave antinazista. Dobbiamo 
quindi essere contro tutti gli stati democratici, poiché 
il fascismo non è in contraddizione con la democra- 
zia. E’lasinistrasocialdemocratica(PDS, Rif.Com.) 
che addormenta il proletariato con parole d'ordine 
della difesa delle “libertà democratiche” o della 
"Costituzione”. 

“Ogni volta che fanno capolino alla televisione o dal- 
le prime pagine dei giornali patetici ideologi ci am- 
moniscono impudentemente ad apprezzare le delizie 
di questa “democrazia” nata, cazzo, dalla Resistenza 
come loro sono nati dalla pregevole fica delle loro 
madri" (G. Sanguinetti, Del terrorismo e dello stato). 


gennaio 1993 
Giornale telematico 




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NON CREDERE NEI MEDIA! 


L'IDEA DI FONDO A CUI RISPONDEREBBE L'ESIGENZA DI FAR DISTRUBUIRE DALLA CENTURY VOX 
E DALLA SONY IL NOSTRO DISCO AUTOPRODOTTO DIPENDE DAL FATTO CHE IL PUBBLICO A CUI 
VOGLIAMO RIVOLGERCI è QUELLO DEI PROLETARI CHE CRONICAMENTE SONO SOGGETTI E- 
SCLUSIVAM ENTE CONSUMATORI PER CUI RITENIAMO NECESSARIO DEBBANO TROVARE IL NO- 
STRO DISCOTRA I BANCALI DOVE SOLITAMENTE TROVANO LA MERDA PROPINATAGLI DALL'ALTO. 

- INOLTRE LA SONY STAMPEREBBE SU LICENZA LION HORSE PIRATA MANTENENDO ClOé 
INALTERATI I CONTENUTI DEGLI AUTORI E RISPETTANDO IL PREZZO IMPOSTO IN ACCORDO 
CON NOI, QUEST'ULTIMA COSA é MOLTO IMPORTANTE PERCHé VEDIAMO IL PROBLEMA 
ECONOMICO IN PRIMO PIANO. 

- LA NOSTRA PRECEDENTE ESPERIENZA CON UNA DISTRIBUZIONE INDIPENDENTE CI HA RISER- 
VATO SOLO SGRADEVOLI SORPRESE GIACCHÉ PIÙ VOLTE ABBIAMO TROVATO IL NOSTRO 
MINIELLEPPÌ IN VENDITA A PREZZI SCANDALOSI. INOLTRE I CAPOCCIA DI QUESTE CASE INDI- 
PENDENTI SI PARANO IL CULO DICENDO DI ESSERE COMPAGNI PER POI FOTTERE I GRUPPI 
ALLE PRIME ESPERIENZE COME SUCCESSO A NOI O AD ALTRI NON ADEGUATAMENTE TU- 
TELATI. 


- L'IDEALE SAREBBE RIUSCIRE A COSTITUIRE UNASITU AZIONE DI DISTRIBUZIONE DI MOVIMENTO, 
NOI LHP ABBIAMO Già TENTATO QUESTO PERCORSO CON LA CASSETTA "NOTTE DI RIME 
DIRETTE" E ALTRE ESPERIENZE FALLITE POICHÉ NESSUN GRUPPO HA VOLUTO ADERIRE AD 
UNA TRADE-UNION TRANNE PER ESSERE ONESTI LA 99 POSSE E ALCUNI ALTRI GRUPPI 
SOLITAMENTE NON DEFINITI MILITANTI. 

- TRA L'ALTRO VORREMMO FAR SAPERE CHE L'UNICA DECISIONE CERTA PRESA DAGLI LHP 
É DI CEDERE I DIRITTI DELLE EDIZIONI FONOGRAFICHE Al COMPAGNI DETENUTI IN GALERA 
DATO CHE IL TEMA DEL NOSTRO DISCO è IL CARCERE E COME PER IL PRIMO ANCHE PER 
QUESTO DISCO IL RICAVATO VERRÒ UTILIZZATO PER FINANZIARE ALTRE AUTOPRODUZIONI. 

- QUELLO CHE PIÙ CI AMAREGGIA E' CHE ANCHE UN GIORNALE COME IL MANIFESTO USA 
I MECCANISMI SCANDALISTICI DEI MEDIA ISTITUZIONALI GIACCHE' DULCIS IN FUNDO NOI 
NON ABBIAMO FIRMATO NESSUN CONTRATTO CON LA SONY CON CUI SONO INTERCORSE 
TRATTATIVE ESCLUSIVAMENTE VERBALI E MAI CONFERMATE DA NOI CHE NON ABBIAMO 
PRESO ALCUNA DECISIONE IN MERITO, ANCHE PERCHÉ IL NOSTRO DOVERE DI COMPAGNI 
CI IMPONE DI PORTARE LA DISCUSSIONE NEGLI AMBITI DELC.S. DA CUI PRENDIAMO IL NOME 
PER AFFERMARE UNA COMUNE STRATEGIA. 

- CONCLUDIAMO PONENDO UN INTERROGATIVO AL MOVIMENTO SU CUI NOI PER PRIMI 
VOGLIAMO CHIAREZZA PERCHÉ SPESSO ISOLATI QUANDO NON ADDIRITTURA ESCLUSI E A 
NOI SONO STATI PREFERITI I GRUPPI PRODOTTI DALLE PEGGIO MULTINAZIONALI O VENDUTESI 
A ETICHETTE DI MAFIOSI DALL'ARRIVISMO LAMPANTE E DALL'" AUTOPRODUZIONE" AMBIGUA. 
A SEGUITO DI QUESTA SPARATA SCANDALISTICA E IMPROVATA DEL MANIFESTO SPERIAMO 
SEGUA UN SERENO E CHIARO DIBATTITO. 

SALUTI AUTOPRODOTTI LHP 


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Per un movimento antagonista 
allo stato di cose presente 




ecn milano 


da CENTURY VOX 
a CENTRO SOCIALE IEONCAVAUO 


In merito all’articolo, apparso sul Manifesto del 5/1/1993 a firma di Francesco Adinolfi ci troviamo 
nuovamente di fronte alia precisa volontà di personaggi della stampa e non di interpretare le scelte 
della Century Vox in modo fazioso e becero. 

In particolare il suddetto articolo redatto da un giornalista (sociologo?) che ha spesso esercitato il 
ruolo di esperto in Hip-Hop e movimento pur non partecipando direttamente nè all’uno nè all’altro, 
è costruito con lo stile tipico del giornalismo borghese e forcaiolo che, assemblando notizie false, 
“sentito dire”, estrapolazioni dalla frase e demagogia spiccia, dirige il senso dell’in/formazione a 
proprio uso e consumo. A prescindere dalla malafede di costui e dall’infondatezza del suo “articolo” 
ci preme sottolineare che: 

1. Non esiste ancora nessun accordo contrattuale tra LHP e Century Vox; 

2. Il contratto di distribuzione stipulato tra Century Vox e Sony Music prevede la sola distribuzione 
uso-postino dei dischi della Century Vox; 

3. La Sony non ha possibilità di censurare in qualsiasi modo i nostri dischi e di conseguenza ha 
l'obbligo di distribuire QUALSIASI prodotto le venga sottoposto; 

4. La Century Vox ha la possibilità di fissare il prezzo di vendita dei propri dischi; 

5. Sia la CVX che i propri artisti hanno la possibilità di continuare a distribuire autonomamente il 
proprio materiale senza nessun tipo di limitazione riguardo ai canali alternativi che si deciderà di 
scegliere. La Sony non ha quindi l'esclusiva della C VX e dei suoi gruppi. 


Semplicemente gli LHP sono 
venuti a conoscenza delle ca- 
ratteristiche di questo contratto (lo 
ripetiamo: un rapporto di puro ser- 
vizio) che per la prima volta in Ita- 
lia ribalta i tradizionali rapporti 
di forza e permette un con- 
trollo dal basso di un gros- 
so canale di distribuzione 
consentendo la diffusione 
di contenuti solitamente 
censurati e resi inac- 
cessibili ai più, e dopo 
essersi autoprodotto 
un EP potrebbero 
sfruttare questa 
nuova situazione, 
fermo restando 
che la CVX fun- 
zionerebbe a 
sua volta da 
servizio. Infatti 
il disco degli LHP u- 
scirebbe in edizione LHP 
pirata a cui rimarrebbe la 



proprietà del master e 
tutti i diritti editoriali ma- 
turati. Anche sulla tipologia di 
distribuzione e relativa po- 
liticadei prezzi, ladecisione 
ultima spetterebbe agli 
stessi autori. 

■ Per quel che riguarda la 
CVX più in generale, 
abbiamo già espresso la 
nostra posizione nel cor- 
so di un dibattito radio- 
fonico (svoltosi a Ra- 
dio K Centrale) e che 
verrà replicato in di- 
verse emittenti del 
Network. 

Comunque per qual- 
siasi ulteriore chiari- 
mento il nostro reca- 
pito telefonico è 
noto. 


Saluti CENTURY VOX. 



gennaio 1993 
Giornale telematico 




ecn milano 


da 00199 / AK 47 ASSALTI FRONTALI 
MUSICA FORTE / ONE LOVE HI-PAWA 


Roma 18 gennaio 1993 

Al movimento tutto 

“ho potuto constatare nel mio viaggio nell'hip-hop 
prende piede, che i suoi attori sono coscienti di 
questa esplosione attuale, che non vi è corsa al 
successo commerciale, ma al contrario ricerca di 
una nuova forma di comunicazione sociale che mira 
a cambiare la vita” 

G. Lapassade 1991 


Esaurita la spinta iniziale partorita nel movimento 
delle occupazionideicentrisociali ed esplosadurante 
la Pantera, la scena hip-hop e reggae in Italia si 
avvia a nuovi passaggi. 

L'ultimo anno ha visto un”mercato”saturarsi come 
d’incanto, l’affollarsi di posse alla rincorsa dei "posti 
migliori”, non tanto preoccupate del valore delle 
produzioni quanto di apparire per essere, in una 
ripetitività di linguaggio e di forme assorbite anche 
dalla pubblicità; in questo scenario, proprio ora, 
sembra venire a mancare la componente 
"movimentista”, vitale, che ne aveva caratterizzato 
le azioni, per far posto a scelte dei gruppi che 
cercano ognuno la propria via d’uscita individuale, 
da Messina a Lecce, da Bologna a Milano. 

“Si salvi chi può!” 

Che stà succedendo? 

Possibile che vogliano tutti partecipare alla 
competizione per salire sul carrozzone di chi vive 
delle briciole del mercato della cultura? 

Ci siamo: inverno 1 .9.9.3 Se non sarai te? Chi 

sarà per tei 

In fondo il punto è questo: lavorare perla costruzione 
e l'ingrandirsidel movimento o considerarlo un”corpo 
estemo"a cui strizzare l’occhio per diversi motivi. 
Per movimento intendiamo quell'arcipelago di forze 
che si uniscono nelle lotte, nelle 1 000 forme di vita 
non omologate, nella volontàdi non essere complici, 
di vivere la rottura perchè il futuro è qui, è subito. 
L’autogestione è un filo comune tra centri sociali 
occupati, radio libere, posse, reti informatiche, spinte 
dal basso: è un patrimonio condiviso da migliaia di 
persone. 

Basta! 

Basta affannarsi tanto per giustificare una scelta 
come quella di un contratto discografico con una 
major; se un gruppo sceglie individualmente di 
firmare, si solleva dalle responsabilità che gli 
competono dal legame con questotipo di movimento, 


staccandosene e restando solo di fronte a quello 
che è.... un gruppo musicale. 

Non è certo un delitto, un gruppo musicale può 
molto. 

E' inutile far girare intorno ai limiti dell'autogestione, 
chi più dei gruppi può forzarli? (e tanto è stato dal '90 
ad oggi). 

E’ inutile girare intorno alle libertàche può offrire una 
casa discografica: sono...”fumo”negli occhi, cosa 
gliene viene all’autogestione? Solo calci in pancia! 
Ma in questo '93 le forze in campo non sembrano 
voler aspettare troppo: le possibilità offerte dal 
movimento sono limitate; le case discografiche, 
invece, sono molto potenti e a braccia aperte, 
pronte a tutto, o quasi (salvo poi scoprire: perchè 
sono cosi potenti?.... Su cosa basano la loro 
"capacità" nel fare affari?). 

Per quanto ci riguarda continuiamo dal basso, non 
abbiamo certezze assolute, solo vogliamo esercitare 
il nostro peso per mandare un segnale forte: lo 
spirito continua! 

Continuiamo a lavorare nella comunicazione, per 
forzare il blocco immaginativo che imprigiona "la 
mente sociale”. La potenza che a Roma sale dall’ 
Onda Rossa Posse e da quel patrimonio genetico 
fatto di forme di vita fondate sulla volontà di non 
appartenere ai modelli dominanti è in viaggio verso 
la costruzione di nuovi immaginari. 

L'esperienza ci insegna che questi non sono solo 
discorsi ideali, ma possibili; siamo in rotta verso 
nuoviterritoridaoccupareconsapevolicheil mercato 
insegue sempre le nostre scelte e che il potere tutto 
può assorbire. 

Riguardo a questa storia dei contratti chiudiamo 
convinti che siano solo i fatti a dover parlare. 

Per il dibattito sull’autogestione siamo in prima 
linea. 

Facciamo un appello alle forze di movimento per 
rafforzare la rete dell’autogestione. 


La nostra base è a Forte Prenestino C.S.O.A. Via F. 
Delpino 00171 Roma 
Per contatti”LA POSSE": 

C.P. APERTA A.C.A.B. 00100 Roma Torpignattara 
Radio Onda Rossa Tel. 06/491 750 fax 06/4463616 
(sabato dalle 15 alle 18 ) 


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Per un movimento antagonista 
allo stato di cose presente 


ecn milano 


In riferimento ai messaggio della Century Vox su 
ECN al Centro Sociale Leoncavallo dobbiamo per 
l'ennesima volta ripetere che nell'articolo del 5 
gennaio tutto si può trovare meno che manipo- 
lazioni o distorsioni. Il dialogo telefonico con Pier- 
francesco PAcoda (C.Vox) e Militant A (Assalti 
Frontali) è avvenuto esattamente come è stato 
trascritto. 

Il giorno 4, inoltre, era pervenuto in redazione un 
articolo/comunicato di Pacoda su carta intestata 
Century Vox che diceva testualmente: (...) il rap 
continuerà ad esistere e noi ne siamo convinti, 
abbiamo in programma LHP, Nando Pop, Ipdi Iso- 
la Posse, Papa Ricky e Sud Sound System (...). Il 
fatto quindi che non venisse rispettato un ordine 
alfabetico evidenziava come si fosse particolar- 
mente orgogliosi dell’accordo con la posse mila- 
nese, LHP. Se poi quest'ultimi avrebbero preferito 
non far trapelare i loro prossimi intenti artistici 
avrebbero dovuto pensarci per tempo. Ma dalle 
logiche interne a case discografiche e gruppi ne 
siamo sempre stati fuori e continueremo così. Du- 
rante l'intervista, nello spiegarci le modalità del- 
l’accordo con la Sony, Pacoda ci annunciato che 
la Century Vox avrebbe distribuito il disco degli 
LHP. Così abbiamo cercato qualcuno degli LHP 
ma senza successo. Non perchè la notizia ci sem- 



IL MANIFESTO 

16 GENNAIO 1993 


brasse particolarmente scandalosa, bisognosa di 
conferme in carta bollata ma soltanto perchè gli 
LHP erano sempre stati particolarmente duri nei 
confronti della lunga e discussa marcia del rap 
italiano dentro il mercato discografico. Tutto il re- 
sto - in sostanza il tono del pezzo e della colonna 
che lo accompagnava può essere interpretato co- 
mesi vuole (anche facendosi 4 risate sullo scambio 
di foto, lapsus di tipografia, ahinoi, piuttosto fre- 
quente), ma non può essere assolutamente preso 
come capro espiatorio di una polemica tra movi- 
mento e mercato che è iscritta nella storia dell’hip- 
hop italiano sin dall’inizio e di cui non siamo certo 
responsabili. Lo scandalo, lo ripetiamo, non sta 
nella nostra testa ma nell'ideologia, sia pure fram- 
mentaria e per nulla omogenea, del movimento. 
Quanto al nostro ruolo, vogliamo soltanto aggiun- 
gere che il manifesto ha raccontato il rap italiano 
e straniero quando in pochi di quelli che ora pon- 
tificano a destra e a manca su quotidiani, settimanali 
e mensili non avrebbero scommesso mezza lira 
sulla sua importanza. E non vuole medaglie da 
nessuno. Abbiamo raccontato con interviste ed 
articoli le masserie di Lecce, le posse romane, 
quelle di Bologna e altre situazioni, perchè ci in- 
teressava dal punto di vista politico oltre che sem- 
plicemente musicale. Non abbiamo raccontato 
tutto e tutti per mille e una buona ragione ma se 
qualcuno non si trova nella lista non pensi a un 
complotto, perchè non ve n'è alcun motivo. Pensi 
invece che non abbiamo mai creduto di essere 
parte del movimento e nè, tantomeno, il suo or- 
gano ufficiale, ma abbiamo semplicemente cercato 
di costruire una rete di rapporti (anche personali e 
quindi parziali), che evitasse proprio quella 
distorsione e manipolazione di cui oggi ci si accusa. 
Viene il sospetto che gli attacchi su queste presu nte 
censure siano l'espressione preferita di chi vor- 
rebbe controllare in prima persona notizie e analisi 
diffuse da un quotidiano nell’esercizio della sua 
indipendenza e libertà. La linea del giornale sugli 
ultimi sviluppi inerenti il rap italiano è stata a parer 
nostro fin troppo coerente e aderente alla realtà. 
Se qualcuno non è d’accordo non avrà alcunadiffi- 
coltà ad individuare altri interlocutori: un articolo 
sull'Hip Hop italiano, oggi, siatene purcerti, non ve 
lo negherà nessuno. 

LA REDAZIONE MUSICALE DE IL MANIFESTO 


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gennaio 1993 
Giornale telematico 




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